Riformare la PA con i soliti slogan non è solo inutile e ineffiace, ma del tutto controproducente. L’esperienza non insegna.

Dell’opera di Carlo Cottarelli come commissario alla spending review è rimasto poco: non è detto che sia un male per la Pubblica Amministrazione, vista la poca effettiva conoscenza, nonchè consapevolezza, delle regole e del funzionamento che l’economista dimostra anche con l’articolo pubblicato il 20.3.2023 su La Repubblica Affari&Finanza “Se non si premia il merito la macchina dello stato continuerà a non funzionare”.

Si tratta dei soliti slogan che si leggono e sentono dire da 30 anni e che, purtroppo, hanno profondamente influenzato le “riforme” di questi anni, non a caso – tutte – inefficaci, talmente inefficaci da indurre continuamente ad invocarne di nuove, anche da parte di chi in quei medesimi anni è stato parte attiva in ruoli chiave delle iniziative legislative e di governo. Invece di prendere atto dell’inefficacia del proprio contributo e dedicarsi ad altro o cambiare direzione, insistono con le medesime inefficaci ricette.

Le idee che l’ex commissario alla spending review propone sono un condensato di tutto quel che ai fini della maggiore efficienza della PA assolutamente non serve.

Almeno, parte dalla constatazione, ormai talmente ovvia ed innegabile che perfino gli alfieri del taglio del personale pubblico ad ogni costo e contro ogni logica ritengono che la PA sia composta da troppe poche unità lavorative, che occorra potenziare gli organici.

Ma, gli slogan prendono piede anche in questo caso. In primo luogo, con i soliti numeri dati un po’ a caso: secondo l’ex commissario, non occorrono quei milioni di assunzioni di cui si parla (ma: chi ne parla?), ma ne bastano 150.000-200.000 nette. Intanto, con l’ondata enorme di pensionamenti apertasi 4 anni fa, in questo quadriennio su una PA calata in 3 lustri da 3,5 milioni di dipendenti (numero, comunque, sempre di gran lunga inferiore a quello d Paesi competitori come Francia, Gran Bretagna e Germania) a meno di 3 a tempo indeterminato, altre 450.000-500.000 unità sono andate o stanno per andare in quiescenza. Anche per tornare solo ai 3,5 milioni di 15-20 anni fa, quindi, occorrerebbero appunto circa un milione di assunzioni, la metà delle quali solo per compensare le cessazioni che hanno ulteriormente fiaccato gli apparati.

Il secondo slogan propugnato è che, comunque, con la digitalizzazione il fabbisogno di personale non necessariamente deve dare un saldo che pareggi il numero dei dipendenti sostituiti.

Il mito della “digitalizzazione”. Quello che fa ritenere possibile, sostanzialmente, che grazie alla digitalizzazione sia possibile ridurre il numero di medici, infermieri, operatori socio sanitari, forze dell’ordine, assistenti sociali, ispettori del lavoro, addetti alla vigilanza del territorio, del patrimonio artistico e naturalistico, docenti, magistrati, addetti al contatto diretto con le persone (sportelli demografici, sportelli tributari, centri per l’impiego), cioè, sostanzialmente i 4/5 dei dipendenti, chiamati a svolgere funzioni per le quali la digitalizzazione potrebbe essere utilmente impiegata non per ridurre la forza lavoro (insostituibile, almeno finchè la scienza non consenta di far svolgere ai cartonati le funzioni operative grazie alla mitica intelligenza artificiale ed agli algoritmi), bensì per estendere i servizi da remoto, con quel lavoro agile così temuto dalle speculazioni immobiliari e dalle rendite di posizione dei toast bruciati.

Ulteriore slogan: la “privatizzazione” dei servizi pubblici. Il Cottarelli ritiene che le proposte di riforma della PA debbano provenire dalle imprese, quali uniche autrici delle riforme.

C’è un piccolo dettaglio: le imprese non possono che essere indotte a chiedere il pieno ed incontrastato laissez faire laissez passer, cioè la totale libertà e riduzione al minimo di qualsiasi regola ed imposizione tributaria. Posizione legittimamente sostenuta da autorevoli dottrine e tesi, ma che la Storia ha dimostrato non poter essere realmente applicabile.

Le imprese vanno sempre e necessariamente sentite in qualsiasi opera di riforma, come anche i cittadini.

Un tempo, però, si pensava che le proposte politiche e di riforma dovessero provenire, oltre che da aggregazioni corporative, soprattutto dalla società: ricorda qualcosa parlare di “partiti politici” nei quali si forma l’indirizzo politico che se ottiene il consenso e la maggioranza parlamentare poi è alla base della politica di un Paese? Ricorda qualcosa quella sovranità che appartiene al popolo nel suo complesso?

Pensare che le proposte di riforme possano essere, come dire, “appaltate” al privato e per giunta solo ad una frazione ridotta della società, non pare sia l’idea migliore per una riforma di rilevante interesse pubblico.

Infine, lo slogan degli slogan: l’idea che l’efficienza si ottenga con il “merito”, cioè con i premi.

E’ quell’idea secondo la quale, in fondo, se la PA ha i problemi che ha tutto dipende dai suoi dipendenti un po’ torpidi, per non dire fannulloni e panzoni, espressioni oggi non più tanto di moda, ma espressione di quel retropensiero che ha creato la situazione di crisi attuale, per la quale ora gli stessi fautori dei “tagli”, dei “tetti”, della “performance”, levano alti lai, come se tutto fosse dipeso dal destino cinico e baro.

E’, dunque, quell’idea che se quei dipendenti, anche pochi, lavorassero “davvero” e “di più”, senza fare tante storie, si potrebbero risolvere comunque i problemi: basterebbe la carota dell’incentivo, no?

E vai a spiegare che, per esempio nel sistema delle Funzioni Locali (basta andare a guardare i dati del Conto annuale) il “premio” annuale lordo medio è di circa 1.200 euro.

O che tutti i premi del mondo non possono consentire di ridurre il numero delle 7 (sette) forme di conferenza di servizi esistenti, oppure le 3 (tre) comunicazioni di avvio del procedimento necessarie per una procedura di esproprio, o ancora i diluvi burocratici degli adempimenti imposti dalla normativa sulla trasparenza, le pubblicazioni duplicate in numero e sedi di pubblicazione degli atti degli appalti pubblici, i livelli di progettazione, le decine di forme associative locali, tutte simili, tutte diverse, la differenza tra concessione edilizia, Dia, Scia, Cila, Cilas e qualsiasi ulteriore diavoleria amministrativa, creata non dalla “burocrazia” intesa come maligno apparato dei “funzionari”, ma da quello stesso Legislatore che dovrebbe risolvere i problemi che esso stesso ha creato, insistendo con gli slogan che sono proprio le fondamenta di quegli stessi problemi.

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