Le Aree Interne non vanno in vacanza!

In questo caldo luglio, non sono solo le temperature a salire: anche il dibattito sulle Aree Interne si è improvvisamente acceso, riportando al centro dell’agenda politica il destino di migliaia di piccoli Comuni italiani. La nuova Strategia Nazionale per le Aree Interne (PSNAI 2021–2027) ha infatti riaperto il confronto su fenomeni ormai strutturali come il…

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In questo caldo luglio, non sono solo le temperature a salire: anche il dibattito sulle Aree Interne si è improvvisamente acceso, riportando al centro dell’agenda politica il destino di migliaia di piccoli Comuni italiani. La nuova Strategia Nazionale per le Aree Interne (PSNAI 2021–2027) ha infatti riaperto il confronto su fenomeni ormai strutturali come il depauperamento demografico e lo spopolamento, che colpiscono soprattutto i centri minori. Le cosiddette “aree interne” interessano quasi 4.000 Comuni, con oltre 13 milioni di abitanti distribuiti su più del 60% del territorio nazionale.

Il passaggio del Piano che ha fatto salire la temperatura del dibattito afferma che:

«Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza […]. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita».

Inevitabile la polemica che ha indotto il Ministro Foti a precisare che, da un lato, il Piano non è stato approvato dal Governo ma votato all’unanimità da una cabina di regia che includeva anche UPI, ANCI e UNCEM; dall’altro, che i fondi ci sono, soprattutto per le Aree Interne del Sud.

In questo scenario, abbiamo chiesto un commento a Giovanni Caggiano, Presidente ASMEL, l’Associazione per la Sussidiarietà e la Modernizzazione degli Enti Locali.

«Come rappresentanti delle autonomie locali – esordisce Caggiano – abbiamo la responsabilità di essere il viatico per la migliore decisione politica. Perché sappiamo bene che i Comuni sono una risorsa viva per l’intero Paese, non una riserva da tutelare. Sono più vicini ai cittadini, più veloci nel realizzare le opere, più responsabili nella spesa. Sono dei veri e propri laboratori di innovazione e presidi dell’identità culturale del nostro Paese».

In questi giorni si è molto discusso della nuova PSNAI 2021–2027. Che ne pensa?
Non è il momento di fare polemiche, ma valutare con serietà e responsabilità se gli strumenti messi in campo finora abbiano realmente prodotto risultati. È passato il tempo delle dichiarazioni generiche: oggi serve una disamina rigorosa dell’efficacia delle strategie, verificando se sono state in grado di rispondere in modo adeguato alle criticità dei territori interni. E se così non è, vanno apportati correttivi concreti. Il nostro approccio è e resta costruttivo.

È stato molto discusso anche il passaggio della strategia che fa riferimento al “declino irreversibile” di alcune aree. Come interpretarlo?
Quella formulazione ha sollevato molte reazioni, ma a nostro avviso la questione più urgente non è il linguaggio usato, quanto il fatto che, al momento della discussione del documento, nessuno dei rappresentanti dei Comuni abbia sollevato rilievi. Se certe decisioni passano inosservate anche a chi dovrebbe portare le istanze dal basso, allora il problema è più profondo. L’attenzione verso questi territori deve essere reale, non formale.

Dunque il vero nodo è l’efficacia delle politiche attuate finora?
Esatto. Non siamo contrari alla strategia in sé, ma oggi è evidente che molti interventi non hanno invertito la rotta. Alcuni Comuni, soprattutto quelli più piccoli e isolati, rischiano concretamente l’estinzione. Continuare con approcci generici o con gli stessi strumenti di sempre non basta più. Serve un cambio di passo.

Quali azioni concrete propone ASMEL per invertire questa tendenza?
La priorità è ridurre i divari: nei servizi, nella mobilità, nella digitalizzazione, nella scuola e nella sanità. Le Aree Interne hanno grandi potenzialità – ambientali, culturali, umane – ma non bastano da sole. Bisogna renderle attrattive. E per farlo servono progetti mirati, non solo risorse finanziarie. Servono nuove idee per portare persone a vivere in questi luoghi, non solo per contenere lo spopolamento, ma per generare nuova vitalità. E serve farlo ora.

In quest’ottica, come si inserisce il Progetto ITALIE promosso da ASMEL?
Il progetto ITALIE è uno degli strumenti su cui puntiamo con convinzione. Mira a rivitalizzare i piccoli borghi favorendo il ritorno dei cittadini di origine italiana dall’estero. È un’iniziativa concreta che collega identità, opportunità e territorio. Attraverso la piattaforma ItaLink, si facilita l’incontro tra nuovi residenti e imprese locali, si semplificano le pratiche di cittadinanza, si riqualificano immobili pubblici inutilizzati e si creano spazi per nuove attività economiche e sociali. È un esempio di progettualità capace non solo di contenere il declino, ma di invertire davvero la tendenza.

ASMEL è pronta a contribuire?
Siamo pronti, come sempre. Non si tratta solo di chiedere fondi: si tratta di costruire progettualità serie, innovative, concrete. Non abbiamo bisogno di nuove narrazioni, ma di risultati misurabili. Le Aree Interne non devono essere viste come territori residuali, ma come una parte viva e strategica del Paese.

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