I rinnovi contrattuali per i dipendenti pubblici nella nota di aggiornamento al Def semplicemente non sono finanziati e, quindi, di fatto risultano impossibili.
Ben difficilmente nel prossimi mesi, ma si direbbe anni, potrà partire una contrattazione reale di natura economica per il triennio 2022-2024 per i circa 3,2 milioni (contando anche i lavoratori a termine) di dipendenti pubblici.
Le ragioni sono tutte nel conto della spesa pubblica, TAVOLA III.1A della Nadef.Da essa sono ricavabili tutti i rilevantissimi di finanza pubblica che attanagliano il Paese.
Come si nota nella riga “Redditi da lavoro dipendente”, quella che specificamente prevede la spesa per i lavoratori pubblici, si ha una decrescita di quasi 2 miliardi nel 2024 rispetto al 2023, per poi giungere ad una risalita negli anni 2025 e 2026, con totali comunque inferiori a quelli del 2023.
Il significato da attribuire a queste cifre è uno solo: perdurano evidentemente gli effetti dell’onda lunga di pensionamenti partita nel 2019 e che nel 2023 dovrebbe iniziare a fermarsi. Nonostante tutti i proclami sulla velocizzazione dei concorsi e della capacità di assumere 150.000 dipendenti pubblici l’anno, è chiaro che le cessazioni risultano di molto maggiori delle assunzioni, il che porta nell’immediato ad una riduzione anche sensibile della spesa per retribuzioni (nonostante gli incrementi dei contratti del triennio 2019-2021 sottoscritti quest’anno) e nel medio termine ad una spesa appiattita.
Le previsioni del 2025 e 2026 rivelano l’assenza di risorse per finanziare rinnovi contrattuali significativi: la stima, infatti, per il ritocco dei contratti è di circa 12 miliardi.
Le recenti esultanze per la sottoscrizione dei contratti 2019-2021 appaiono oggettivamente inspiegabili e incredibili. Si parla, infatti, di contratti collettivi firmati a 2 anni dalla scadenza del triennio, mentre dovrebbero essere stipulati prima dell’inizio del triennio. Si considera un “risultato”, quindi, un Ccnl che giunge con 5 anni di ritardo, per altro con somme calcolate sulla base degli indicatori economici di tempo addietro e non attuali, quindi non in linea con l’attuale altissima inflazione.
Questa situazione durerà ancora per anni. Di fatto, il Legislatore ha pochissimo da prevedere oltre gli 1,5 miliardi una tantum da distribuire a pioggia ai dipendenti pubblici, per dare almeno un segnale.
D’altra parte se si esaminano gli altri dati si scopre che più di così proprio appare difficile fare per il Governo.
Si guardi la spesa per interessi sul debito. La sequenza dell’aumento è impressionante: 78.377 milioni nel 2023, 88.970 milioni nel 2024, 94.442 milioni nel 2025 e 103.561 milioni. Si tratta di risorse tutte sottratte alle altre voci di spesa corrente.
Quella per i dipendenti pubblici, circa il 19% della spesa totale, viene schiacciata proprio dalla spesa per interessi e da quella per pensioni, anch’essa caratterizzata da una sequenza di crescita costante molto elevata.
Ciò comporta ulteriori conseguenze: i consumi intermedi, cioè le spese della PA per contratti di servizi e forniture praticamente piatta, la spesa sanitaria che aumenta di pochissimo, la spesa per investimenti che cola a picco.
Tutti indicatori di una sofferenza estrema dei conti, tale da rendere irrealistica o azzardata qualsiasi ipotesi di rinnovo dei Ccnl pubblici nel medio termine.
