Non era difficile prevedere che l’avvio della digitalizzazione, abbinato alla qualificazione, sarebbe stato molto, troppo complicato.
L’idea di gestire le procedure per l’individuazione dei contraenti in modo digitalizzato è vincente, perchè permette quegli aspetti di trasparenza e standardizzazione operativa utili a compensare i deficit di concorrenza e gli eccessi di opacità specie nel sotto soglia.
Tuttavia, si scontano due errori gravissimi. Il primo è la qualificazione delle stazioni appaltanti. Lo abbiamo affermato più volte e lo ripetiamo: se alcune PA si considerano non in grado di gestire gli appalti necessari alla realizzazione dei propri obiettivi, dette PA andrebbero semplicemente eliminate.
Ma, se si ritiene che i principi di organizzazione ed autonomia, massimamente valevoli per gli enti locali, siano prevalenti, allora pretendere la qualificazione per migliaia di enti sotto dimensionati, privi di professionalità tecniche in numero e qualità necessari, incapaci di investire adeguatamente in tecnologia, presi dai mille problemi di norme sulla contabilità pubblica buone solo ad ingessare l’azione, non può che implicare un bassissimo numero di qualificazioni e un numero ancora più basso di attivazione di piattaforme digitali.
Il secondo errore è aver lasciato che fossero le singole stazioni appaltanti a dotarsi di piattaforme digitali, da reperire nel mercato. Com’era facilissimo prevedere, il mercato è totalmente asfittico e quindi in condizione di un pericolosissimo oligopolio, nel quale i prezzi li fanno i fornitori e l’aggiornamento, l’adeguamento, l’evoluzione degli applicativi solo nelle loro mani: saranno loro a fare il bello e il cattivo tempo anche su come, quando e perchè attivare le porte di dominio per lo scambio dati.
Questi due rischi, attualmente più che concreti visto il numero più che esiguo di piattaforme certificati oggi disponibili, si sarebbero scongiurati con l’unico modo efficiente di attivare la digitalizzazione: realizzare una piattaforma unica pubblica, aperta e compartecipata agli enti, con possibilità di accesso per tutti ed adeguamenti partecipati.
Invece, come ben evidenzia Mauro Salerno ne Il Sole 24 Ore del 20.12.2023, nell’articolo “Appalti digitali dal 1° gennaio: solo 33 soggetti abilitati nel registro dell’Anac”, l’effetto imbuto è dietro l’angolo. Tantissime amministrazioni non abilitate si appoggeranno alle pochissime qualificate ed alle loro piattaforme digitali. Le amministrazioni abilitate saranno soffocate dai numeri e si creeranno le “code” per la gestione degli appalti.
Dunque, un altro inconveniente rischia di manifestarsi (in realtà, è certo che si presenti): il dilagare del frazionamento artificioso degli appalti, in modo da mantenersi sotto la soglia dei 500.000 euro per i lavoro e sotto le soglie europee per forniture e servizi e così evitare di appoggiarsi ai soggetti abilitati e di “fare il turno” per attivare un appalto.
Ribadiamo: tutto largamente prevedibile. Ma, evidentemente, non per chi ha scritto le regole del codice, molto preso dall’enunciazione di principi astratti, la cui utilità concreta si misura poi con la realtà, che, come sempre, è polverosa, sporca, cinica e cattiva.
