Fiduciarietà, infungibilità, discrezionalità, intuitu personae. Sono tutte categorie irrimediabilmente contrastanti con trasparenza, parità di condizioni, buon andamento, concorrenzialità, obbligo di motivazione o, in una parola inglesizzante, accountability.
Le PA troppo spesso non vogliono, ma neanche sanno, “rendere conto” pubblicamente delle loro decisioni. La delibera Anac 6/5/2026, n. 208 evidenzia questa realtà.
Le PA gestiscono denari pubblici ed esercitano poteri pubblici che la legge attribuisce loro allo scopo di perseguire interessi pubblici, cioè di tutti: ma, la refrattarietà al rendere conto dei motivi, dei fini e delle modalità è diffusissima.
Ogni cittadino, impresa, soggetto privato, in quanto contribuente dell’erario e titolare dell’elettorato attivo ha il diritto di poter attivamente rendersi conto della destinazione dei propri soldi e del proprio voto. Il sistema rappresentativo impone che il cittadino si affidi ad una serie di istituzioni da lui elette che a loro volta possono gestire partecipando ad enti da loro costituiti. Ma, tale affidamento e la rappresentanza non dovrebbero creare per l’amministrazione una sorta di zona franca nella quale chi amministra per conto e nell’interesse dei cittadini decide sua sponte, senza nemmeno dover spiegare alla fonte primaria del potere esercitato perchè ha adottato una certa scelta invece di altre possibili, perchè ha speso quel denaro e per quell’ammontare, quale fine ha inteso perseguire e quali risultati ha ottenuto.
Invece, moltissime amministrazioni sono alla ricerca costante e continua proprio della “zona franca” nella quale tutto è opaco e rimesso a decisioni dai motivi imperscrutabili, tutti nella mente del decisore, che non confronta, non apre le procedure, sceglie da solo, non di rado entro cerchie di soggetti “vicini” per le più disparate ragioni.
Nella logica di troppi, perfino dello stesso legislatore, ormai, un confronto concorrenziale strutturato di offerte, programmi, costi, è “burocratico” e fa perdere tempo.
A presunti benefici di velocità ed efficacia, tutti comunque indimostrabili senza accountability, si sacrificano valori invece oggettivi e chiarissimi, quali quelli indicati dalla Costituzione: buon andamento, economicità, parità di trattamento.
I controlli interni non funzionano, perchè il controllore è subordinato al controllato. Controlli esterni preventivi non ne esistono praticamente più. La stessa Anac, per altro eccessivamente propensa ad azioni di prevenzione di disfunzioni agli appalti ed alla trasparenza troppo di carattere formale e adempimentale, ha limitatissime possibilità di incidere per prevenire i difetti clamorosi del sistema, oltre tutto circoscritti a tardive deliberazioni adottabili a decisioni amministrative opache e non rendicontabili già adottate.
L’Anac nel chiarire che per i contratti atipici (ma questo vale a maggior ragione per quelli tipici) un minimo di apertura al possibile insieme dei soggetti che svolgono attività sponsorizzabili andrebbe programmato, gestito poi mediante confronti con parametri, chiuso con decisioni di spesa motivate.
Nulla di strano o di particolare: tutto discende sempre dal Trattato Ue e dalla Costituzione, nonchè dagli articoli 1, 2 e 3 della legge 241/1990 e, nel caso di sponsorizzazioni o erogazioni di contributi, anche dall’articolo 12 di tale ultima lette.
Ma per chi ritiene superiore il valore della “velocità” in nome di una semplificazione intesa come parola per nobilitare l’omissione di programmazioni, di avvisi pubblici di manifestazione di interesse, di precostituzione di parametri da pesare per confrontare offerte o iniziative, di esiti guidati e motivati di tali confronti, quelle norme, quei principi sono esattamente ciò che la “zona franca” consente di lasciar fuori. Il resto è tutto sotto l’evidenza dei fatti.
