Nell’articolo pubblicato su Il messaggero a firma di Andrea Bassi “Statali, premi detassati e una spinta al welfare” lo scorso 29 agosto si riportano possibilità prese in considerazione dal Governo, nel tentativo continuo del progetto, fin qui fallito, di rendere “attrattiva” la PA e colmare il divario retributivo tra il comparto Funzioni locali ed i restanti.
Il problema, come sempre, è di natura finanziaria. Debito pubblico ed impegni internazionali assunti, tra i quali quello dell’aumento della spesa per armamenti al 2% del Pil, rendono molto difficile conseguire gli obiettivi enunciati.
Provvedere con incrementi contrattuali al passo dell’inflazione sarà impresa ardua e proibitiva.
Pertanto, si stanno esplorando strade diverse. Per esempio, la detassazione dei premi per la “produttività”, che allineerebbe il lavoro pubblico a quello privato, al quale tale misura finalizzata ad aumentare il netto in busta paga si applica da tempo.
Tuttavia, si ricade sempre nello stesso pantano: la sufficienza dei finanziamenti. Nell’articolo richiamato prima si richiama la tendenza della PA a dare valutazioni appiattite verso l’alto. Sicchè, la detassazione finirebbe per spettare a circa 2,5 milioni dipendenti. Infatti, le attuali regole sulla detassazione dei premi consentono l’aliquota Irpef agevolata del 5% per premi non superiori a 3.000 euro annui.
Nel lavoro pubblico, evidenzia l’articolo (confermando quanto chi scrive afferma da sempre) l’importo medio dei premi è di circa 1.200,00 euro lordi, somma che nel comparto Funzioni locali è anche più bassa. La possibilità di coinvolgere, quindi, tantissimo personale è alta.
Tanto varrebbe, allora, reperire le risorse necessaria per destinarle ai rinnovi contrattuali: in questo caso, infatti, non si porrebbero i problemi di assegnazione trasversale, che un po’ ipocritamente si evidenziano (anche nell’articolo ricordato) a causa dei sistemi di valutazione certo imperfetti della PA, tendenzialmente non troppo selettivi.
Per poco più dio 1000 euro lordi di premio varrebbe la pena di tornare a scatenare strumenti di forzatura verso valutazioni “differenziate”, nello stile delle sciagurate, ma mai attuate, “fasce” della riforma brunettiana? La logica risponde di no. Ma, il disegno di legge di riforma della valutazione e dell’accesso alla dirigenza pare intraprendere tale strada.
E’ chiaro, dunque, un aspetto: chi pensa di escogitare sistemi per rendere più attrattivo il lavoro pubblico non valuta adeguatamente la circostanza che premi medi irrisori, come quelli del lavoro pubblico, operano per loro natura in modo del tutto opposto a qualsiasi attrattività e meno ancora risulterebbero interessanti se oggetto di cervellotici sistemi di differenziazione forzata.
E per quanto riguarda gli enti locali, comparto la cui contrattazione nazionale collettiva è attualmente senza sbocco?
Il tentativo operato dall’articolo 14, comma 1-bis, del d.l. 25/2025 di incrementare il salario accessorio si è dimostrato maldestro e inefficace.
L’articolo de Il Messaggero lascia intravedere che al Governo se ne sono resi conto ed informa che starebbe maturando una nuova “idea”. Scrive il Bassi: “L’idea è quella, nel prossimo contratto, di permettere degli stanziamenti differenziati con risorse aggiuntive per i fondi decentrati delle amministrazioni, in modo da ridurre le sperequazioni tra i dipendenti”.
L’ipotesi sarebbe di agire sulla possibilità data agli enti dei vari comparti dalla contrattazione nazionale collettiva di aggiungere al salario accessorio dei dipendenti lo 0,22% del monte salari relativo al 2018. Un incremento trasversale, valevole per tutti, che finisce per divaricare ancor di più, conseguentemente, la forbice del comparto più povero con quelli più sostanziosi.
Quindi, si pensa alla possibilità di prevedere una percentuale di incremento del salario accessorio maggiore per le amministrazioni con retribuzioni complessive più basse.
Si tratterebbe di un meccanismo molto più semplice e razionale del bizantinismo inefficace caratterizzante l’articolo 14, comma 1-bis, del d.l. 25/2025.
Ovviamente, l’idea percorsa potrebbe risultare interessante a condizione di essere realmente capace di iniziare a percorrere la strada della riduzione del gap tra comparto Funzioni locali ed altri. Lo 0,22% del monte salari 2018, però, è poca, pochissima cosa e anche portare la percentuale in su di pochi decimi di punto sarebbe solo simbolico e nulla più.
C’è, però, da ricordare e sottolineare che portare il comparto Funzioni locali verso una media retributiva meno penalizzata rispetto a quella di altri comparti non è di per sé una “idea”, né una novità.
Stanziamenti differenziati per risorse del salario accessorio finalizzati a sfoltire la giungla retributiva, non è “un’idea”, ma adempimento ad una legge: l’articolo 23, comma 1, del d.lgs 75/2017, rimasto inattuato da 8 anni. La norma prevede: “Al fine di perseguire la progressiva armonizzazione dei trattamenti economici accessori del personale delle amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la contrattazione collettiva nazionale, per ogni comparto o area di contrattazione opera, tenuto conto delle risorse di cui al comma 2, la graduale convergenza dei medesimi trattamenti anche mediante la differenziata distribuzione, distintamente per il personale dirigenziale e non dirigenziale, delle risorse finanziarie destinate all’incremento dei fondi per la contrattazione integrativa di ciascuna amministrazione”.
Fin qui mai la contrattazione nazionale collettiva ha nemmeno provato ad attuare questa norma, cosa che, per altro, porterebbe finalmente alla disapplicazione totale e definitiva del deleterio comma 2 del medesimo articolo 23, quello del “tetto” al salario accessorio riferito alo 2016 (sono passati 9 anni…).
Dopo quasi un decennio si comprende che per ridurre il divario tra comparto Funzioni locali ed altri occorrono risorse ed occorre agire mediante contratti collettivi: non si tratta tanto di reperire maggiori risorse, ma di distribuirle in modo non trasversale ed uguale per tutti e non certo in misure solo “bandiera”. Basterà questa tardiva presa di coscienza?
