Il gap retributivo tra enti locali e ministeriali non è solo responsabilità dello Stato

Dunque, è ufficiale: i vertici delle organizzazioni associative di regioni ed enti locali si sono accorti subito del baratro che separa il trattamento economico dei ministeriali da quello degli enti locali. Lo conferma l’articolo a firma di Gianni Trovati su Il Sole 24 ore del 3 marzo 2025 “Stipendi sotto media del 20% – La…

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Dunque, è ufficiale: i vertici delle organizzazioni associative di regioni ed enti locali si sono accorti subito del baratro che separa il trattamento economico dei ministeriali da quello degli enti locali. Lo conferma l’articolo a firma di Gianni Trovati su Il Sole 24 ore del 3 marzo 2025 “Stipendi sotto media del 20% – La rivolta degli enti locali“.

Il tutto, risponde alla logica perversa secondo la quale è il “centro”, la pubblica amministrazione centrale, il Ministero, la Prefettura, ad avere i contatti diretti col “potere” e dotata della competenza di dare direttive, indirizzare, controllare, erogare i contributi come e quando vuole, fare l’esegesi del lavoro altrui: dunque, il “valore pubblico”, per utilizzare uno dei vuoti neologismi dei fantasmi del new public management che ancora occupano gli incubi della PA italiana, del “centro” è maggiore. Il dipendente ministeriale “vale” più del dipendente dell’ente locale.

Ma, tutto ciò cozza con ogni evidenza contro la realtà. E con la Costituzione. E’ nell’ente locale che il “valore” si produce direttamente ed immediatamente, attraverso il contatto diretto con il cittadino. Non tanto e non solo perchè il cittadino vota ed elegge la propria rappresentanza locale, ma, soprattutto, perchè è il comune che con i servizi demografici ti dice chi sei, ti dà un’identità, ti inserisce in un nucleo familiare ed in una residenza e grazie a questi dati è il Ministero delle finanze che tiene il polso dei debitori delle imposte; è l’ente locale che costruisce asili nido, scuole materne, scuole medie, assicurando l’istruzione del primo ciclo e sostegni alle famiglie; è l’ente locale che provvede ai trasporti comunali e provinciali; è l’ente locale che regola la circolazione, con semafori, rotatorie, segnaletica, piani del traffico; è l’ente locale che pianifica le interconnessioni tra scuole superiori; è l’ente locale che assicura i servizi sociali, i sostegni di prima necessità economica, l’Adi e altri sostegni al reddito delle persone; è l’ente locale che permette il seppellimento dei defunti e la cura del loro ultimo riposo; è l’ente locale che cura la pulizia delle strade, il decoro urbano, lo sviluppo edilizio, l’attivazione e la collocazione delle imprese commerciali; l’ente locale effettua una miriade di appalti di lavori (strade, giardini, illuminazioni) e concessioni (parcheggi, impianti sportivi), promuove la cultura mediante musei, manifestazioni, sostegni finanziari. E’ l’ente locale che si assume direttamente ed immediatamente l’onere delle attività gestionali connesse, con l’assunzione di spesa e dei rischi connessi da parte degli organi politici o gestionali, a seconda delle competenze, mentre nei Ministeri sono moltissimi i dirigenti ed i vertici che di impegni di spesa non ne fanno nessuno o pochissimi.

Eppure, come ricordano al Ministro delle finanze i sindaci, i presidenti delle province, i presidenti delle regioni, ormai il differenziale tra il trattamento economico tabellare dei dipendenti degli enti locali ed i ministeriali è di un quinto.

Il tutto, con buona pace del principio posto da una delle norme più violate e vanificate degli ultimi tempi: l’articolo 23, comma 1, del d.lgs 75/2017: “Al fine di perseguire la progressiva armonizzazione dei trattamenti economici accessori del personale delle amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la contrattazione collettiva nazionale, per ogni comparto o area di contrattazione opera, tenuto conto delle risorse di cui al comma 2, la graduale convergenza dei medesimi trattamenti anche mediante la differenziata distribuzione, distintamente per il personale dirigenziale e non dirigenziale, delle risorse finanziarie destinate all’incremento dei fondi per la contrattazione integrativa di ciascuna amministrazione”.

Sono passati quasi otto anni. Di questa “graduale convergenza” dei trattamenti economici non si è mai vista traccia ed, anzi, si assiste all’allargarsi della divergenza.

Dell’articolo 23 del d.lgs 75/2017, rimasto colpevolmente lettera morta il comma 1, si continua sciaguratamente a subire i deleteri effetti del comma 2, che pone l’antistorico tetto al salario accessorio calcolato al 2016.

Mentre il “decreto PA” immette nel bilancio dello Stato nuove risorse per gli stipendi dei ministeriali e provare, così, ad alleviare il peso del mancato recupero di circa ⅔ dell’inflazione dell’ultimo triennio, per gli enti locali tale ulteriore flusso di risorse non è minimamente contemplato.

Le doglianze, quindi, delle associazioni rappresentative di comuni, province e regioni, sono perfettamente comprensibili e anche fondate, persino dalla legge e dal principio della “convergenza” dei trattamenti economici, la prima strada e la più importante per rendere davvero “appetibile” il lavoro negli enti locali ed arginare l’ormai da tempo inarrestabile perdita di unità lavorative, dovuto alla cessazione del tanto personale anziano e alla scelta di chi vince concorsi pubblici di indirizzarsi altrove.

Tuttavia, è giusto evidenziare che anche i vertici di regioni ed enti locali non certo esenti da responsabilità.

Nel 2004, 21 anni fa, accettarono senza fare una piega che il problema del gap retributivo, ben presente anche allora, fosse “risolto” senza che i bilanci locali stanziassero un euro. A tutti piacque l’idea di provare – vanamente – ad allineare gli stipendi locali a quelli più alti dei ministeri, istituendo la “indennità di comparto”, un’indennità, ormai ridotta ad un obolo, finanziata non con i bilanci, ma col fondo della contrattazione decentrata, che venne per molti irrimediabilmente soffocata ed irrigidita.

E sempre il comparto nulla ha fatto per provare a rendersi protagonista dell’attuazione del citato articolo 23, comma 1, della legge 75/2017. Da quando la norma è entrata in vigore, sono stati sottoscritti 2 Ccnl ed uno è ancora in fase di negoziazione: qualcuno ha visto direttive dei comitati di settore, dei quali le associazioni di regioni ed enti locali sono parte, rivolte all’Aran per magari rivedere l’indennità di comparto o, comunque, allineare gli stipendi locali a quelli ministeriali?

Ovvio: nessuna direttiva è mai andata in questa direzione. Il comparto avrebbe certamente potuto indirizzarsi, ma a carico dei propri bilanci.

Invece, si è sempre aspettato che fosse il bilancio dello Stato a trasferire fondi e finanziare l’armonizzazione stipendiale. Ma, lo Stato, il cui bilancio è schiacciato da un debito enorme ed un Pil che cresce troppo poco, non ha spazi per questa spesa. Gli enti locali, dal canto loro, con un cumulo di entrate non riscosse di quasi 25 miliardi, sembrano crogiolarsi in inefficienze in buona parte anche auto-indotte e di investire risorse proprie nel proprio personale pare non vogliano nemmeno sentire parlare.

Fare lettere aperte di rivendicazioni è certamente giusto e doveroso. Ma, del tutto vano se si tratta, alla fine, solo di marketing comunicazionale, senza adottare decisioni costose, ma operativamente davvero in grado di risolvere il problema del gap retributivo.

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