Nel 2022 il comparto delle Funzioni locali ha fatto registrare un calo (anziché, come si auspicava, un aumento) dei dipendenti: per l’esattezza, la riduzione è dello 0,12%, anche se spulciando i dati elaborati dalla Ragioneria generale dello Stato nel conto annuale del personale emergono situazioni ancora più critiche, come quella di Città metropolitane e Province, dove gli organici sono diminuiti rispettivamente dello 0,97% e dello 0,99%.
Fra le cause di questa debacle certamente primeggia la scarsa attrattività verso l’esterno, che si riflette nella scarsa partecipazione ai concorsi e nella frequente rinuncia al posto da parte degli idonei.
Ma c’è un’altra patologia che occorre segnalare, ossia la fuga verso altri enti dello stesso comparto (regioni) o di altri comparti.
Su questo fenomeno non esistono dati, ma chiunque abbia un minimo di esperienza nella pubblica amministrazione sa che (con limitatissime eccezioni) si tratta quasi sempre di passaggi in un’unica direzione. In altri termini, chi può si sposta da un ente locale verso la regione o un ente statale, mentre è rarissimo il caso contrario.
Anche in questo caso, le cause sono molteplici, ma secondo chi scrive si riducono essenzialmente a due: minori responsabilità e maggiori emolumenti. In parole povere, negli enti locali si è pagati meno anche se spesso si devono fronteggiare maggiori rischi professionali.
Lo stesso legislatore ha tentato di contrastare questa sorta di “concorrenza sleale interna” al settore pubblico, imponendo un vincolo di permanenza di 5 anni presso l’ente di prima assunzione. Ma tale previsione è stata depotenziata a livello interpretativo (e di fatto derubricata a mero obbligo di accordo fra lavoratore e datori di lavoro), oltre che interessata dalla confusa riforma dell’istituto della mobilità introdotta dal D.L. 80/2021.
Il punto nodale sembra però essere un altro: le disparità di trattamento giuridico ed economico fra i diversi comparti sono giustificabili? In effetti, estremizzando il ragionamento, se anche si introducesse un divieto assoluto di mobilità, saremmo ben lontani da una situazione ottimale, tale non essendo certamente quella in cui si costringe a restare un lavoratore che altrove trova maggiori opportunità di carriera.
Brunetta, per una volta, non aveva sbagliato a perseguire una maggiore uniformità contrattuale, peccato che non sin sia nemmeno avvicinato al risultato.
