Sui quotidiani del 17 maggio 2023 passa la notizia, oggettivamente distorta, a commento del rapporto sul lavoro pubblico presentato da Forum Pa, secondo la quale il numero dei dipendenti pubblici sarebbe in crescita.
Peccato che, come evidenzia proprio il rapporto, il numero dei dipendenti a tempo indeterminato sia in netto calo e ormai sufficientemente lontano dalla soglia dei 3.000.000 (nel 2021 se ne sono censiti 2.932.529), mentre a crescere è il numero dei lavoratori flessibili, passati a 437.000.
Non sarebbe da dimenticare che, nell’ambito pubblico, ai sensi dell’articolo 36, comma 1, del d.lgs 165/2001 “Per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato seguendo le procedure di reclutamento previste dall’articolo 35”.
La diminuzione, dunque, dei tempi indeterminati e la crescita del lavoro flessibile sono pessimi indici.
Infatti, evidenziano una PA che non riesce a consolidare il personale necessario per fare fronte ai fabbisogni ordinari, leggasi erogare con efficienza i servizi fondamentali, e perciò ricorre a strumenti non propriamente corretti: è evidente che un numero così alto di dipendenti flessibili (il riferimento è al 2021, col Pnrr non certo ancora a regime) è frutto di utilizzi disinvolti e non sempre rispondenti alla causale imposta dal comma 2 del medesimo articolo 36: “Le amministrazioni pubbliche possono stipulare i contratti di cui al primo periodo del presente comma soltanto per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale …”. Sembra evidente che ciò che dovrebbe essere temporaneo ed eccezionale stia diventando la regola. E non è certo un caso se praticamente ogni anno si attivino le “imbarcate” di precari attraverso diffuse stabilizzazioni, puntualmente previste, infatti, anche dai d.l. 13/2023 e 44/2023.
La riduzione del personale stabile non aiuta certo nè al ringiovanimento dell’età media, nè all’acquisizione delle “nuove competenze” e contribuisce ad allargare sempre più la forbice con i numeri dei dipendenti pubblici propri delle Nazioni principali competitori dell’Italia (di seguito un estratto da La Ricerca “Lavoro Pubblico 2023” presentata al ForumPA):

Parlare, dunque, di “crescita” dei dipendenti pubblici appare realmente un eufemismo che conduce fuori strada.
Siamo, d’altra parte, ancora in una fase molto critica di finanza pubblica, nella quale la spesa per il lavoro alle dipendenze della PA non può aumentare, come in modo cristallino evidenzia il Def:

Come si nota, si prevede una spesa per il personale pubblico sostanzialmente piatta, il che evidenzia alcune alternative:
- o si pensa di perdere ulteriormente personale e compensare così gli aumenti stipendiali connessi a future eventuali tornate di rinnovo contrattuale;
- oppure, si pensa di tenere bloccata almeno fino al 2026 la contrattazione con i relativi stipendi, assumendo soltanto nei limiti dell’ordinario turn over.
Entrambe le eventuali soluzioni vanno esattamente nella direzione contraria a quanto a più voci enunciato.
La prima soluzione comporterebbe un ulteriore inesorabile indebolimento strutturale della PA, che si ritroverebbe deprivata di numeri minimi di dipendenti, che le tecnologie non potranno certo compensare. Le mirabilie del cloud, delle piattaforme digitali e delle nuove modalità organizzative non potranno certo sostituire con cartonati o monitor parlanti forze di polizia, ispettori del lavoro, assistenti sociali, medici, infermieri, operatori socio sanitari, esercito, docenti di scuola e università, tutte figure, per altro, ampiamente sotto organico già da tempo.
La seconda soluzione è in frontale contrasto con la costante ricerca di soluzioni per rendere maggiormente “attrattiva” la PA: tenere i livelli stipendiali fermi ai livelli attuali non è certo il miglior biglietto di presentazione per attrarre giovani, specie con elevata qualificazione. E sarebbe bene spiegare che i livelli stipendiali del 2023 sono vecchi ed aggiornati ad un triennio già trascorso da due anni, cioè il 2019-2021: più il tempo passa e più l’attrattività delle retribuzioni pubbliche diviene scarsa.
Non ci si può sorprendere, dunque, se ai concorsi si presentano meno candidati e se molti vincitori nemmeno accettano, laddove possano spendere le proprie competenze anche in un sistema privato maggiormente remunerativo.
