L’introduzione delle “tutele del lavoro” mediante parametri tra essi incomparabili, le tutele “equivalenti” dei contratti, elaborata dall’Anac e dal Legislatore e confermata dal Mit col parere 3522/2025, porta a risultati oltre la soglia del comico.
L’autonomia contrattuale non può essere compressa, come quella imprenditoriale. Ciascun contratto è diverso dall’altro, perchè è espressione di tale autonomia.
Ragionare di “equivalenza” è solo forzare. Sicchè, a forzatura si aggiunge forzatura, cercando un numeretto, di per sè privo di ogni senso, individuato nel 2: due possono essere gli scostamenti tra il Ccnl preso a paradigma e gli altri. Che poi la qualità degli scostamenti sia magari elevatissima non importa a nessuno.
Le norme del codice dei contratti sulle tutele dei lavoratori si rivelano ad ogni passo di più, sempre maggiormente assurde e ridicole.
E’ semplicemente assurdo ragionare per tutele equivalenti, come folli sono i parametri di confronto ed arbitrario cercare il numeretto, l’algoritmo che acriticamente faccia affermare che un Ccnl, diversissimo da un altro, sia comunque “equivalente” a quello.
Lo ribadiamo: le soluzioni sono solo due. O si prende atto che si è in uno Stato ad economia libera e piena autonomia contrattuale e, dunque, non si possono forzare tali libertà ed autonomie a valle con assurde regole; oppure, si prende atto che uno Stato ad economia libera può intervenire per regolare il mercato, laddove alcuni suoi strumenti possano essere causa di lesioni alla concorrenza, limitando in parte le libertà.
Si vogliono tutele per i lavoratori impegnati nelle imprese che appaltano? Allora occorre un contratto nazionale pubblico che in via esclusiva regoli le tutele giuridiche ed economiche, al quale gli operatori, se vogliono partecipare alle gare, siano tenuti a riferirsi.
Il resto è solo caos.
