Il problema di cui parla Francesco Verbaro nell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 20.10.2025 “Al lavoro pubblico servono regole a misura di territori” è serio, ma sia consentito di considerare erroneo il metodo per risolverlo.
L’Autore suggerisce di adottare misure come indennità particolari per la casa ed agevolare la fissazione della residenza nelle città per chi provenga da fuori, così da evitare la fuga dai territori in cui la vita è più cara e mantenere più stabile la permanenza geografica nella PA, sì da renderla più “attrattiva”.
Intanto, occorre partire da due elementi di fatto:
- a seguito della campagna di denigrazione del lavoro pubblico sublimata negli anni della “lotta ai fannulloni” degli anni 2009-2010 in particolare, il congelamento dei salari nel lavoro pubblico è divenuto una vera e propria glaciazione; si sono totalmente saltati perfino gli adeguamenti all’inflazione degli anni 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2021, 2022, 2023 e 2024; mentre la “moderazione salariale”, quella degli accordi del 1992, ha moderato così tanto i salari che negli ultimi 30 anni in generale, sia nel pubblico, sia nel privato, sono saliti del 2%, a fronte di aumenti di circa il 30% nei Paesi competitori;
- in questi decenni, moltissimi comuni, con Milano capofila, non solo hanno totalmente abbandonato ogni politica pubblica delle abitazioni, ma hanno adottato scelte urbanistiche deleterie, che hanno espulso sempre di più dal centro e dalle immediate zone i cittadini “normali”, in favore della speculazione e delle mega ricchezze.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nelle città è difficile trasferirsi a causa di retribuzioni del tutto disallineate rispetto al costo della vita.
Ma, rimediare col dirigismo delle indennità non pare la strada corretta da seguire per rimediare a 30 anni sfuggiti via così.
Il dirigismo andrebbe esercitato nei confronti delle amministrazioni comunali che hanno totalmente travisato il concetto dei servizi comuni per tutti, trasformando le città in castelli inaccessibili al “volgo”.
Per quanto riguarda le PA, sarebbe il caso di dare sfogo vero all’autonomia negoziale, liberandole dai vincoli sul salario accessorio e dando significato alla contrattazione individuale, che nel lavoro pubblico è poco più di carta d’arredo.
Basterebbe permettere agli enti di comporre i propri investimenti di denaro ed aprire alla contrattazione individuale, per consentire, senza gabbie, a ciascuna PA di disegnare sartorialmente misure buone per trattenere in servizio i dipendenti e rendersi attrattive. Quel che la “contrattualizzazione” del rapporto di lavoro pubblico avrebbe dovuto consentire, ma che non si è mai visto, sin qui.
