Ma quante sono realmente le risorse per i rinnovi dei Ccnl pubblici?

I media riferiscono che la manovra finanziaria prevede per i rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici uno stanziamento di 7,5 miliardi.

A parte che la cifra varrebbe solo per le amministrazioni statali e non comprende le risorse quasi simmetriche a carco di regioni, sanità ed enti locali, tale cifra è da interpretare meglio.

In primo luogo, si “scopre” che dei 7,5 miliardi, 2,5 provengono dal fondo sanitario nazionale e sono soggetti ad un previso vincolo di destinazione per il personale medico ed infermieristico. Lo scopo è destinarli ad incrementare premi di risultato e straordinari, così da ridurre i tempi di attesa per le prestazioni[1].

Quindi, i miliardi disponibili per la contrattazione collettiva scendono a 5. Ma, leggendo l’articolo 3 dello schema di “decreto anticipi” (new entri tra le bizzarre tipologie di decreti da decenni ideate dai vari Governi), si evidenzia che 2 miliardi vanno agli anticipi dell’aumento dell’indennità di vacanza contrattuale, anticipi operanti in modo automatico solo per i dipendenti statali, mentre per regioni ed enti locali si tratterà solo di una facoltà (si accettano scommesse su quanti enti se ne avvarranno).

I 2 miliardi così anticipati saranno defalcati dalle risorse destinate ai rinnovi dei contratti del triennio 2022-2024 (il 2024 sta per arrivare, mentre ancora non si è conclusa, nel 2023, la definizione dei contratti del triennio 2019-2021…).

Quindi, alla contrattazione, quando vi si arriverà, resteranno a ben vedere disponibili 3 miliardi, per lo Stato. Per regioni ed enti locali, non si sa.

In ogni caso, c’è da chiedersi Da dove saltino fuori i 5 miliardi previsti per la contrattazione, , visto che la Nadef non prevede incrementi dei costi del personale pubblico.

In assenza di altri dati, forse c’è da prendere atto che detti aumenti contrattuali sono possibili a patto di far proseguire l’emorragia di dipendenti e ridurne ulteriormente il numero, a disdoro di ogni riforma dei concorsi mirante al “potenziamento della PA” evidentemente posto solo a parole.


[1] Non approfondiamo qui l’idea, frutto di letture totalmente distorte del concetto di “organizzazione”, secondo la quale obiettivi operativi, come la riduzione di tempi di attesa, possa dipendere da “premi” o straordinari.

Nella sanità le cause delle disfunzioni che la affliggono, e tra queste per prima l’attesa delle prenotazioni, è causata dai seguenti macroscopici elementi:

  1. la normativa che consente lo svolgimento di prestazioni “intra moenia” ai medici: dovrebbe risultare chiaro, ormai, dopo decenni, quel che avrebbe dovuto essere chiaro da subito: si disincentiva la prestazione pubblica in favore di quella privata; sarebbe il caso di decidere una volta e per sempre il “dentro o fuori”;
  2. l’estensione parossistica dell’accreditamento, che consente ai privati di rendere prestazioni, spesso cofinanziate in modo rilevantissimo da risorse pubbliche, attraendo con stipendi maggiori le professioni sanitarie, con l’effetto deleterio di svuotare i sistemi pubblici;
  3. la disastrosa programmazione degli accessi alle università ed alle specializzazioni (causati dall’altra idea fallimentare dei numeri chiusi), che ha ridotto di gran lunga il numero dei medici e degli infermieri e la riduzione progressiva di beni e servizi funzionali alle prestazioni.

Non è con qualche straordinario in più o con un premio che medici ed infermieri in numero insufficiente e con dotazioni organizzative insoddisfacenti possano cambiare le sorti del sistema.

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Un commento

  • Mario

    Fino a che non si vedono i testi finali è tutto opinabile, ma, a buon senso, i due miliardi del decreto anticipi dovrebbero essere ulteriori rispetto ai 5 miliardi della legge di bilancio..
    Il dubbio è che, calcolando 1Miliardo = 1,5% (bonus del 2023), con 7 miliardi arriveremmo al 10,5% a fronte di una inflazione complessiva per il biennio 2022+2023 che si aggirerà sul 15% circa, quindi anche in questa più che positiva ipotesi, non si recupera nemmeno l’inflazione.

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