Da una parte, l’ostinazione di Anac e, fin qui, del Legislatore, nel negare l’evidenza e, cioè, la necessità di una procedura telematica snella e gratuita per agevolare i micro-affidamenti.
Dall’altra, la conseguente continua, ma ritardata, correzione in corso d’opera delle regole operative e dei dispositivi utili, che giunge sempre e solo dopo insistenze, strepiti e incancrenimento delle disfunzioni.
La vicenda della possibilità di concedere alle stazioni appaltanti di effettuare i micro affidamenti fino a 5.000 euro sula Pcp è emblematica di un modo di legiferare ed esercitare le funzioni di controllo e garanzia da troppo tempo fuori dalla realtà e lontanissimo dall’utilità ed efficacia.
Era sin da subito di evidenza oggettiva l’assurdità di far passare affidamenti di importo contenuto per i passaggi operativi complessi delle piattaforme digitali certificate degli appalti.
Ma, ci sono voluti 2 anni per giungere, forse, allo sbocco inevitabile, con l’emendamento promosso dall’Anci alla legge di conversione del decreto infrastrutture, che forse chiuderà questa pagina.
La stampa specializzata non sta mancando di sottolineare che l’interfaccia web della piattaforma Anac oltre ad essere gratuita ha i benefici della semplicità e dell’univocità per tutti.
La domanda che si pone, allora, è perchè chi ha formulato il d.lgs 36/2023 si sia impuntato sull’obbligo per ciascuna stazione appaltante di dotarsi di una propria Pad.
Non era chiarissimo, come lo è tutt’ora, che sarebbe stato mille volte più opportuno realizzare una Pad pubblica, gratuita e, soprattutto, unica, con medesima interfaccia e uguali regole, invece di lasciar proliferare la gemmazione di decine di piattaforme, tutte simili, ma tutte diverse, onerose e, comunque, però, vincolate dalle schede operative dell’Anac?
