E’ attiva dal 18 dicembre la sezione del portale Anac relativa al Registro piattaforme certificate.
La digitalizzazione degli appalti è un metodo centrale per garantire efficienza e trasparenza delle operazioni.
La razionalizzazione e semplificazione non dovrebbe passare attraverso “spericolati” metodi che eliminano drasticamente garanzie e modalità operative. Non è con l’estensione a dismisura di affidamenti diretti, coi loro corollari di deficit gravissimi di concorrenza, progettazione, attenzione al rapporto costi/benefici, che si ottengono i benefici di una “tempestività” degli appalti.
L’equivoco resta sempre quello del concetto di tempestività, scambiata da troppi come corsa contro il tempo, per altro nel solo ambito dell’affidamento (poco più del 10% complessivo del tempo totale di un appalto), quando invece è solo ed esclusivamente la capacità di ottenere il famoso “risultato” nei tempi previsti.
E’ di tutta evidenza che una seria digitalizzazione impone la rivisitazione delle modalità organizzative ed operative retrostanti la gestione di un intervento pubblico e, oltre tutto, mette il Rup nelle condizioni di avere il “cruscotto” necessario a comprendere l’andamento complessivo degli interventi soggetti alla propria cura.
Non solo: piattaforme ben impostate consentono l’elemento fondamentale del rispetto delle sequenze operative, della verifica degli accessi e delle operazioni svolte, della semplificazione degli scambi documentali e delle connesse verifiche e proprio della definizione di un cronoprogramma della gara, adeguato ai termini previsti dall’allegato I.3 al codice dei contratti.
Se l’idea è convincente e utilissima per un vero salto di qualità degli appalti, non convince però un aspetto: quello della certificazione delle piattaforme prodotte da soggetti privati.
Giusto sollecitare il mercato anche alla realizzazione di strumenti di sussidiarietà dell’azione amministrativa. Giusto stabilire regole tecniche valevoli per tutti, tali da rendere, almeno astrattamente, fungibili e quindi intercambiabili le piattaforme.
Tuttavia, per una gestione così delicata di un sistema che muove centinaia di miliardi l’anno, ci si sarebbe aspettati una piattaforma digitale unica e pubblica, realizzata con la compartecipazione di soggetti esponenziali dei vari enti, soggetta a continui aggiornamenti nella logica dell’apertura dei sistemi.
Una procedura unica pubblica scongiura rischi di creazione di oligopoli delle piattaforme, di prigionie dei fornitori, della formazione di prezzi elevati in un sistema in cui è l’offerta a dominare sulla domanda, di condizionamenti di lobby di appaltatori.
Non è irrilevante, per altro, il beneficio di un’interfaccia unica e modalità operative valide per tutti, appaltatori ed amministrazioni, aspetto che aiuterebbe anche nella formazione delle professionalità interne alle amministrazioni pubbliche.
L’attivazione obbligatoria delle piattaforme, quindi, reca con sè la delusione dovuta alla constatazione di un sistema esposto a rischi da inefficienze. Non è certo detto che una piattaforma unica pubblica avrebbe funzionato bene. Ma, sembrerebbe evidente che le funzioni di regolazione ed organizzazioni attribuite a Ministero ed Anac dovrebbero servire prevalentemente a questo. Una piattaforma ben realizzata, varrebbe molto di più di decine di circolari e linee guida o centinaia di risposte a quesiti.
