Lo stallo delle trattative per il rinnovo (con tre anni di ritardo, per ora) del Ccnl del comparto Funzioni Locali era solo questione di tempo.
La stagione della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, frutto delle euforie “aziendalistiche” degli anni ‘90 e dell’acritica applicazione di un New Public Management che ha creato molti più problemi delle presunte soluzioni adombrate, appare definitivamente tramontata.
Per circa 10 anni, dal 1999 al 2009 circa, la PA ha utilizzato piuttosto male la propria autonomia contrattuale, abbondando senza quasi controllo di progressioni orizzontali e verticali e sottoscrivendo, a livello nazionale, contratti non del tutto in linea con le esigenze di finanza pubblica.
Il risultato è stato una crescita delle retribuzioni medie del lavoro pubblico con un trend maggiore di molti settori privati. Questo fu un particolare oggetto di attenzione nel famoso “piano industriale della pubblica amministrazione”, varato dall’allora Ministro Brunetta, che intervenne ponendo a freno le progressioni verticali, trasformate in concorsi pubblici con riserva, e provando ad introdurre ulteriori limiti alla spesa per il salario accessorio, con le mai attuate “fasce” di valutazione.
Contestualmente, nel 2009 esplose la crisi finanziaria già manifestatasi un anno prima, che portò alle drastiche disposizioni del d.l. 78/2010: solo per citarne alcune, blocco totale delle progressioni orizzontali, fortissimi limiti alle assunzioni perfino flessibili e, soprattutto un congelamento della contrattazione nazionale collettiva, che sarebbe durato 8 anni, sbloccato solo per un intervento della Consulta.
Ripartita la contrattazione, è accaduto che i Ccnl successivi allo “scongelamento”, quelli stipulati intorno al 2018-2019, hanno recuperato a malapena il potere d’acquisto del triennio 2016-2018. le annualità tra 2011 e 2015 sono andate del tutto perdute.
L’euforia, tuttavia, della riconquistata possibilità di negoziare contratti ha evidentemente convinto le organizzazioni sindacali a passare sopra alla denegata contrattazione degli anni precedenti.
Si è così andati avanti con due stagioni di rinnovi contrattuali, nelle quali è stata prestata attenzione più ad elementi del trattamento giuridico, che a quello economico. In particolare, la revisione dell’ordinamento del personale ed il rispolvero della progressione verticale senza titolo di studio ed estendibile un po’ a tutti sono stati strumenti di captazione del consenso sindacale.
Tuttavia, i contratti del 2022 sono intervenuti, sempre con ritardo, a risollevare il trattamento economico, ma con riferimento al triennio 2019-2021, senza quindi tenere conto dello shock inflattivo dovuto al post Covid e alla guerra in Ucraina con connessa esplosione inflattiva, per i costi in particolare di materiali ed energia.
I sindacati, comunque, proprio in particolare grazie alla captatio benevolentiae connessa al riordino professionale firmarono.
Adesso, si ripresenta una stagione contrattuale che insiste a non recuperare l’inflazione: si interviene, di nuovo con ritardo, sul triennio 2022-2024, con shock inflazionistico acclarato ed accertato, ma il recupero sugli indici inflazionistici, che danno una crescita del costo della vita nel triennio al 16,5% (e l’indice Ipca non considera i costi dell’energia importata), è di circa un terzo, il 5,78%.
Stavolta per una parte dei sindacati l’euforia da contrattazione è passata. I Ccnl hanno davvero poco da offrire, così come impostati, se non deboli e vacui ulteriori tentativi di “volemose bene”, come l’estensione dello smart working per troppo anziani o troppo giovani e i buoni pasto, oltre a confuse previsioni su formazione e poco altro.
Oggettivamente, proposte di modifiche dello status giuridico povere di contenuto e di impatto, sì da non giustificare una sottoscrizione a cuor leggero di rinnovi contrattuali per nulla in grado di garantire il semplice recupero dell’inflazione, ciò che in gergo si definirebbe proprio “il minimo sindacale”.
Da qui, lo stallo. Era solo questione di tempo. Ma è anche questione di tempo attendere l’inevitabile sottoscrizione, alle condizioni già poste.
Il recupero pieno dell’inflazione richiede una spesa di circa 30 miliardi, che il Governo nè ha previsto, nè può permettersi di prevedere, visto il debito pubblico, il nuovo patto di stabilità e le altre esigenze del programma di governo. Nè, ovviamente, l’Aran può muoversi oltre gli strettissimi confini finanziari disegnati dalla legge.
La contrattazione nazionale collettiva, quindi, di fronte alle oggettive esigenze di bilancio pubblico mostra, integralmente, le sue debolezze. Sostanzialmente, in assenza di negoziazioni possibili sul tema principale di una vera contrattazione, le condizioni economiche, è poco più di una recita. Ed un flop clamoroso, se raffrontato alle magnificenze che della contrattazione si narravano negli anni ‘90. Anni del secolo scorso, ma sembrano passati millenni.
