Quel ritrovato appeal del lavoro pubblico che sa di propaganda

Iperboli e slogan trovano spesso spazio nei media e nelle kermesse, nelle quali l’analisi di norme e loro impatti è spesso un meta-concetto che trae conclusioni evidenziando effetti mirabolanti di riforme nemmeno ancora in essere, riportando per altro solo parte dei dati da osservare. L’articolo “Pa, il lavoro pubblico torna attrattivo: il 16% dei neoassunti…

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Iperboli e slogan trovano spesso spazio nei media e nelle kermesse, nelle quali l’analisi di norme e loro impatti è spesso un meta-concetto che trae conclusioni evidenziando effetti mirabolanti di riforme nemmeno ancora in essere, riportando per altro solo parte dei dati da osservare.

L’articolo “Pa, il lavoro pubblico torna attrattivo: il 16% dei neoassunti arriva dal privato” di F. Bisozzi, pubblicato su PA Magazine il 16 giugno 2026 dà conto di una serie di dati esposti nel corso di Forum-PA.

Tra essi, il “saldo occupazionale positivo”, comunicato per dare la sensazione dell’efficacia delle riforme di questi ultimi 5 anni in relazione ai concorsi. Il dato concreto è di +12.707 unità, che su un totale di 3 milioni di dipendenti circa è lo 0,42%: un granello di sabbia, che mantiene tale dimensione anche a fronte della perdita secca di circa 500.000 dipendenti pubblici avvenuta a partire dal 2004.

E che dire delle “dinamiche retributive, che in questi ultimi anni hanno beneficiato dei numerosi rinnovi contrattuali, hanno contribuito a rendere il lavoro nel pubblico una valida alternativa rispetto al quello nel privato”? I “numerosi” (tre) rinnovi contrattuali si sono visti nel 2018, quando sono stati lasciati totalmente sul campo gli effetti dell’assenza di contratti collettivi dei 7 anni precedenti; nel 2022, quando si è sottoscritto il contratto del triennio 2019-2021 e nel 2026, quando si è sottoscritto il contratto del triennio 2022-2024, con un complessivo recupero di circa ⅓ del costo della vita. Contratti in ritardo che nemmeno assicurano l’indice Ipca sarebbero “dinamiche retributive” attrattive?

Ancora, si attribuisce un presunto ritorno dei “giovani” verso la PA ai contenuti del “nuovo” contratto delle Funzioni centrali ed alle sue innovazioni: un vero e proprio miracolo, visto che tale contratto non è ancora stato definitivamente sottoscritto e quindi non è minimamente efficace.

Ma, poi: “giovani”. La parola è bella, ma nel caso di specie abbastanza avventata. Gli studi che affermano la nuova “attrattività” del lavoro pubblico parlano di un rinato interesse di chi lavora nel privato verso il lavoro pubblico, per scoprire, però, che l’età media dei dipendenti della PA resta oltre i 45 anni e che nemmeno la metà dei neossunti è composta da neolaureati.

Si è poi accennato ai benefici lavorativi come il lavoro agile. Ma dovrebbe risultare noto che in merito la PA in questi anni ha continuato a fare passi indietro: lo smart working continua ad essere ridotto un po’ ovunque e comunque gli stessi contratti lo trattano come misura di welfare, invece che come leva organizzativa.

Poi, c’è la scoperta della “mobilità” verso posizioni lavorative più favorevoli. Si tratta semplicemente degli effetti della modifica delle disposizioni sulle progressioni verticali, che in questi ultimi anni hanno anche permesso promozioni sul campo a persone tutt’altro che giovani e nemmeno in possesso del titolo di studio altrimenti necessario per concorsi esterni.

Insomma, come sempre medesimi fatti possono essere raccontati secondo visioni e punti di vista. Il problema è però che al di là del loro racconto, i fatti restano fatti.

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