L’articolo pubblicato dalla rivista online neopa, “ANCI: “Servono misure specifiche per aumentare attrattività del comparto comunale””, a firma di Luca di Donna, riporta le dichiarazioni del responsabile del personale dell’associazione, secondo il quale occorre aumentare l’attrattività del lavoro negli enti locali, incrementando il trattamento economico.
Non una grande scoperta, specie se poi accompagnata dall’epinicio per le recenti riforme che non hanno per nulla impedito la costante fuga dagli enti locali e l’ulteriore divaricazione tra gli stipendi dei comuni e quello delle altre amministrazioni.
Dette dichiarazioni rendono evidente che l’Anci non riesce ad andare oltre gli slogan ed analisi superficiali, e, ancora, all’abitudine di insistere a chiedere risorse allo Stato
Il riferimento all’apprendistato è risibile; basterebbe chiedere dati precisi sul numero di assunzioni (per altro limitate al 10% delle facoltà assunzionali), per comprendere quanto possa essere utilizzato.
C’è, poi, una contraddizione in termini davvero al limite del grottesco. L’Anci chiede che sia lo Stato ad assegnare agli enti che non hanno la capacità di bilancio le risorse per incrementare i trattamenti economici previsti dal d.l. 25/2025 per scongiurare “il rischio di spostare all’interno del sistema dei comuni la sperequazione oggi esistente tra i diversi livelli della Pubblica amministrazione”.
L’esponente dell’Anci non si rende evidentemente conto:
- la sperequazione è proprio indotta dall’articolo 14, comma 1-bis, del d.l. 25/2025, proprio perchè l’aumento del salario accessorio è facoltativo e comunque subordinato ad una serie tale di presupposti e condizioni che ciascun comune potrà, se vorrà, darvi corso in maniera molto peculiare e differenziata rispetto a quella di ogni altro dei restanti circa 8.000;
- dare risorse statali ad enti locali che non ce la fanno, significa premiare finanziariamente con fondi erariali chi negli anni ha amministrato male, sì da andare in difficoltà gestionale.
Se l’Anci ha interesse a rendere più attrattivo il comparto e scongiurare l’esodo dagli enti locali (i dati forniti dimostrano che le recenti riforme sull’accelerazione dei tempi dei concorsi non sortiscono alcun effetto positivo sullo sbilancio tra cessazioni ed assunzioni), potrebbe tranquillamente farlo. Basterebbe che, nell’ambito del comitato di settore, desse indicazioni all’Aran di attuare quanto previsto dall’articolo 23, comma 1, del d.l. 75/2017: “Al fine di perseguire la progressiva armonizzazione dei trattamenti economici accessori del personale delle amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la contrattazione collettiva nazionale, per ogni comparto o area di contrattazione opera, tenuto conto delle risorse di cui al comma 2, la graduale convergenza dei medesimi trattamenti anche mediante la differenziata distribuzione, distintamente per il personale dirigenziale e non dirigenziale, delle risorse finanziarie destinate all’incremento dei fondi per la contrattazione integrativa di ciascuna amministrazione”.
La disposizione consentirebbe agli enti di reperire nei propri bilanci risorse per consentire una maggiore destinazione di risorse alla contrattazione del comparto. L’intento di rendere “più attrattivo” il lavoro non può restare solo un facile slogan o trasformarsi in una continua impetrazione di risorse dallo Stato. La strada è semplice: gli enti possono rivedere in aumento l’ammontare delle risorse da destinare alla contrattazione e al salario accessorio, senza attingere alla mammella del bilancio dello Stato.
Invece, la disposizione citata prima è inattuata ed ignorata da 8 anni, sia dal legislatore, che con le leggi di bilancio prevede finanziamenti trasversalmente uguali per tutti (ma se si aumenta del 10% un fondo pari a 100 ed uno pari a 95, si aumenta il divario: 100 passa a 110 e 95 passa a 104,5), sia dallo stesso comparto, che si guarda bene dall’intervenire con proprie risorse.
