E’ dal 2010 che lo Stato fa “cassa” con i trattamenti di fine servizio dei dipendenti pubblici, ritardando sine die il loro versamento.
Un modo di agire del tutto odioso, figlio legittimo di quel periodo storico, compreso tra il 2007 e il 2020, nel quale le consuete critiche e lamentele sul lavoro pubblico si trasformarono in una pesantissima campagna di denigrazione, a partire dalla designazione generalizzata di “fannulloni”, per proseguire con le riforme brunettiane, passando, sulla base di questa deteriore visione e concezione dei dipendenti pubblici, per congelamenti della contrattazione, tetti rigidissimi alle assunzioni e anche alla dilazione infinita nel tempo del pagamento del Tfr/Tfs.
Poi, venne il Covid nel 2020 e “si scoprì” improvvisamente che i dipendenti pubblici (necessari negli ospedali, nei comuni, tra le forze dell’ordine, per garantire servizi sanitari, sociali, ordine, sepolture ordinate, pagamenti degli aiuti alle categorie economiche) erano troppo pochi, troppo anziani e mal pagati.
E l’epifania si estese persino alla comprensione che vi erano dislivelli troppo elevati tra trattamenti economici dei vari comparti, con una situazione tale da determinare lo spopolamento delle dotazioni organiche ed un grave problema di “attrattività” del lavoro pubblico rispetto a quello privato.
La dilazione del Tfr è, ovviamente, parte integrante di questo insieme di esiziali scelte del micidiale periodo 2007/2020. E si è trattato non solo di una previsione illogica, penalizzante e livorosa, ma, soprattutto, incostituzionale.
La Consulta lo ha inevitabilmente evidenziato con bem due sentenze: la 159/2019 e soprattutto la 130/2023. Sentenze, per la verità, solo “esortative”, volte ad indicare al Parlamento la necessità di ripristinare un minimo di legittimità ed equità nel trattamento dei lavoratori.
Pronunce fin qui cadute nel vuoto e sono 15 anni che va avanti questo particolare ed illegittimo modo di gestire il Tfr che, lo si ricorda, non è di proprietà del datore di lavoro, ma è salario differito, che appartiene ab origine al lavoratore.
Adesso, forse, si intravede una sia pur flebile soluzione. Nella legge di bilancio si interviene sul ritardo nel pagamento del Tfr introdotto anni addietro, anche per evitare il rischio di una terza pronuncia della Corte costituzionale.
Solo che il rimedio alla norma incostituzionale del 2010 arriverebbe nel 2027 (a 17 anni, quasi maggiorenne) e, comunque, resterebbe solo parziale. Infatti, solo una prima rata fino a 50.000 euro sarebbe pagata entro nove mesi, invece di dodici mesi (sempre che l’Inps vi riesca). Per il resto (qualora il dipendente pubblico riesca a maturare un Tfr maggiore), pazienza, si dovrà ancora aspettare.
Eppure, l’illegittimità costituzionale non riguarda la parte di Tfr/Tfs fino a 50.000 pagata con ritardo. No: tutta la “liquidazione” è salario differito e tutto quanto crei una base giuridica per pagarne anche una sola parte con i tempi biblici previsti anni addietro è e resta incostituzionale.
Nè un taglio di appena tre mesi, un quarto del ritardo previsto per legge per fare cassa sulle “liquidazioni” appare sufficiente per rispettare le indicazioni della Consulta; anzi, sembra un vero e proprio aggiramento del problema.
La strada dell’equità e della “attrattività” del lavoro pubblico, date queste premesse, è ancora molto lunga.
