Trattamenti economici dei dipendenti PA: i limiti storici della contrattazione collettiva

Il Rapporto semestrale di agosto 2025 sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici Aran, commentato pregevolmente da Lentepubblica.it qui, è interessante, ma non tutte le suggestioni suggerite appaiono convincenti.  Siamo proprio sicuri che la lentezza della contrattazione nazionale collettiva sia solo causata dall’assenza degli stanziamenti delle risorse necessarie? Simmetricamente, la programmazione pluriennale dei finanziamenti davvero cambierà le…

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Il Rapporto semestrale di agosto 2025 sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici Aran, commentato pregevolmente da Lentepubblica.it qui, è interessante, ma non tutte le suggestioni suggerite appaiono convincenti. 

Siamo proprio sicuri che la lentezza della contrattazione nazionale collettiva sia solo causata dall’assenza degli stanziamenti delle risorse necessarie? Simmetricamente, la programmazione pluriennale dei finanziamenti davvero cambierà le cose?

L’anticipata disponibilità delle risorse consente alle amministrazioni interessate di conoscere in anticipo l’entità delle risorse da destinare.

Ma, tale conoscenza era garantita anche in passato, quando le leggi di bilancio, pur non stanziando materialmente i finanziamenti necessari, stabilivano comunque gli aumenti percentuali del triennio di riferimento.

Le trattative non partivano semplicemente perchè i comitati di settore, se non c’era lo stanziamento completo, non esprimevano le direttive, come se per iniziare e gestire i tavoli contrattuali fosse necessario disporre delle risorse “per cassa”.

Non è così: il contratto è l’accordo di volontà tra due o più parti, volto a costituire, regolare o estinguere un rapporto giuridico patrimoniale e l’oggetto deve essere possibile, lecito, determinato o determinabile.

E’ perfettamente possibile, quindi, negoziare contratti per i quali l’oggetto non sia ancora determinato, ma siano presenti elementi tali da renderlo possibile e lecito e destinato ad essere determinato.

La possibilità è comunque dettata dalle leggi di disciplina della contrattazione collettiva; la legittimità discende in ogni caso dal rispetto dei vincoli normativi alla contrattazione; la determinabilità è garantita proprio dalle leggi che, pur non rendendo disponibili subito le risorse, definiscano criteri per identificarle e distribuire anche gli oneri nei singoli anni del triennio.

Pertanto, i ritardi anche delle scorse tornate sono stati causati da altro, non dalla sola questione della disponibilità per cassa: pigrizia, abitudine,strategia.

D’altra parte, se le organizzazioni sindacali sono portate a considerare insufficienti le risorse, questo vale sia che esse siano identificate a valle (a triennio scadente o scaduto), sia a monte (con anticipo sul successivo triennio).

Laddove la ragione del contendere o, meglio, della difficoltà a trovare l’accordo – come sta avvenendo per il comparto Funzioni locali – discenda dalla contrarietà delle organizzazioni sindacali alla quantificazione delle risorse, essa quantificazione anche se pervenga prima non è di per sè garanzia del risultato: le trattative possono ristagnare comunque a lungo.

Posto che prevedere in modo certo le risorse è, comunque, una buona idea, i veri problemi sono due e si intrecciano tra essi: la scarsezza delle disponibilità e la poca rilevanza della contrattazione nel lavoro pubblico.

Dopo 26 anni di esperienza di “contrattualizzazione” del rapporto di lavoro dovrebbe risultare chiaro a tutti: l’autonomia contrattuale della PA è bassissima. I contratti collettivi, sia nazionali, sia – soprattutto – decentrati sono solo un simulacro di una vera contrattazione, per la semplice ragione che moltissime delle disposizioni connesse alla gestione del rapporto di lavoro sono disposte per legge imperativa e, quindi, sono inderogabili dai contratti e, inoltre e soprattutto, la contrattazione non ha nessunissimo potere di incidere sulla quantificazione delle risorse da mettere a disposizione.

Di fatto, la contrattualizzazione del rapporto di lavoro non ha cambiato poi molto le cose rispetto al precedente regime, quando i “contratti” erano accordi approvati con provvedimenti amministrativi, preceduti dalla definizione delle risorse con leggi finanziarie e consultazioni non aventi valore di contrattazione, con le organizzazioni.

La contrattazione attribuisce ai sindacati una piccola maggiore forza di interdizione e di pressione sulle PA, ma non il potere di poter negoziare sull’elemento fondamentale: i soldi.

Ogni contratto nazionale o decentrato collettivo parte a ben vedere sostanzialmente zoppo: le risorse sono fissate dalle leggi ed intangibili, a meno che l’esercizio dell’interdizione sindacale non induca il legislatore a rivedere la propria programmazione economica, effetto che sin qui non si è mai verificato.

L’impossibilità di incidere sul trattamento economico da parte dei sindacati evidentemente non consente al comparto del lavoro pubblico di reggere il ritmo di periodi di alta inflazione.

D’altra parte, azioni di interdizione come quelle portate avanti da mesi dai sindacati nella contrattazione per il comparto Funzioni locali si rivelano sterili: il quadro economico delle risorse è fissato con leggi che per altro passano il vaglio, sul piano economico, della verifica degli equilibri economici da parte della UE. Le possibilità di modifiche significative degli stanziamenti sono pressochè nulle.

Nella sostanza, nel momento in cui il legislatore determina le risorse, la contrattazione è segnata: si può solo incidere su qualche dettaglio connesso al trattamento economico (da ultimo, utilizzando inglesismi fascinosi, come “age management”).

Il vero tema, allora, è: in una situazione di bilancio pubblico statale condizionato da una crescita annuale del Pil estremamente bassa, da un debito pubblico elevatissimo con connessa spesa per interessi, è credibile che la spesa corrente connessa ai trattamenti economici dei dipendenti pubblici possa garantire dall’inflazione?

Domanda retorica: no. Infatti, negli ultimi 15 anni, alcuni dei quali trascorsi con un totale congelamento della contrattazione, è accaduto esattamente questo e nel medio periodo tutto lascia credere si resti nelle condizioni degli ultimi tre lustri.

Un modo, allora, per ottenere una crescita dei trattamenti economici individuali è lasciare la torta sostanzialmente uguale a se stessa, ma aumentare le fette: a questo scopo, occorre quindi che il numero dei dipendenti pubblici si riduca. E’ quel che è avvenuto esattamente nel corso degli ultimi 20 anni, con le conseguenze visibili a tutti, poi, sull’efficienza e la stabilità dei servizi.

La contrattualizzazione del rapporto di lavoro in astratto è certamente buona cosa, ma forse se la può permettere davvero, in tutti i suoi aspetti, solo un Paese con altre condizioni finanziarie.

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