La beffa della “tassa” di soggiorno

Il titolo è quello utilizzato dal quotidiano La Stampa per un articolo in cui si evidenzia la scarsa trasparenza dei comuni rispetto all’utilizzo del gettito del tributo, che in realtà si sostanzia in un’imposta e non in una tassa.  Ma al di là delle precisazioni terminologiche, è la sostanza del pezzo che suscita qualche considerazione.…

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Il titolo è quello utilizzato dal quotidiano La Stampa per un articolo in cui si evidenzia la scarsa trasparenza dei comuni rispetto all’utilizzo del gettito del tributo, che in realtà si sostanzia in un’imposta e non in una tassa. 

Ma al di là delle precisazioni terminologiche, è la sostanza del pezzo che suscita qualche considerazione. In sintesi, si afferma che gli enti che l’hanno istituita (ormai oltre 1.300) non utilizzano il relativo gettito per interventi legati al turismo, ma “anche per sterilizzare i gatti”.

In effetti, come previsto dall’art. 4 del D. Lgs. 23 del 2011, i proventi dell’imposta dovrebbero essere destinati “a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”. Una dizione molto ampia e generica, nella quale possono starci anche quelli sulle colonie feline (e non solo se stanziate sul Colosseo).

Ma il punto vero, a parere di chi scrive, è un altro: cosa spinge i comuni a utilizzare questo prelievo per finanziare funzioni e servizi che poco hanno a che fare con il turismo? La risposta è: la mancanza di altre leve di finanziamento disponibili.

Con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e della Tasi, l’unico tributo che consente di far contribuire i residenti ai servizi diversi da quelli a domanda individuale è l’addizionale Irpef, che comunque colpisce una platea di contribuenti tutt’altro che totalitaria e non presenta potenzialità sufficienti. Far gravare questi costi sui c.d. city users (anche qui, non tutti, ma solo quelli che pernottano) è certamente, almeno in parte, una distorsione, ma in un certo modo è anche una strategia di sopravvivenza finanziaria per enti che devono comunque garantire uno standard minimo di servizi.

Lo stesso legislatore sembra essersene reso conto, estendendo le fattispecie aperte al finanziamento mediante imposta di soggiorno anche al finanziamento del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti (art. 1, comma 493, della L. 213/2023 (legge di bilancio 2024).

Di fatto, l’imposta di soggiorno sta diventando surrettiziamente una sorta di Tasi mascherata, per di più non alla porta di tutti i comuni (sono esclusi quelli non turistici).

Bisognerebbe aprire una seria riflessione al riguardo, analizzando questa e tutte le altre storture dell’attuale sistema impositivo locale. Ma la stampa mainstream non sembra essere interessata, preferendo i titoli ad effetto.  

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