Un recente studio della UIL conferma numeri alla mano quanto da noi più volte evidenziato in merito al principale tributo comunale, ossia l’IMU.
A Verona, tanto per fare un esempio, sulle seconde case si paga il triplo che a Belluno, ma meno della metà che a Roma. E le stesse differenziazioni territoriali si osservano anche sugli altri cespiti colpiti dal tributo.
Tali iniquità dipendono da molteplici fattori. Tra questi, vanno considerati i diversi livelli di fabbisogno finanziario degli enti locali e le scelte delle amministrazioni comunali.
Inoltre, quasi ovunque la tendenza degli enti è quella di mantenere o incrementare la pressione fiscale, a riprova del fatto che, oltre che squilibrato su base territoriale, il prelievo ha ormai esaurito le sue potenzialità, fatti salvi minimi interventi redistributivi.
Ad esempio, osservando le delibere per il 2026, è rilevante che soltanto il comune di Siena abbia previsto una riduzione dell’aliquota applicata alle abitazioni principali appartenenti alle categorie catastali A/1, A/8 e A/9.
Tra l’altro, proprio il sistema catastale è un altro fattore di distorsioni e disuguaglianza: in molte aree urbane, case collocate in zone di pregio continuano a beneficiare di rendite catastali storicamente basse, mentre altri immobili, situati in contesti meno valorizzati dal mercato, risultano gravati da valori relativamente più elevati.
Perfino la Commissione europea, nelle raccomandazioni inviate nei giorni scorsi, ha invitato l’Italia a intervenire sul sistema catastale, evidenziando come gli attuali estimi risultino in molti casi obsoleti e non più coerenti con l’effettivo valore di mercato degli immobili.
Queste anomalie non si riflettono solo sull’effettiva equità dell’IMU, ma anche su altre imposte e tributi collegati al patrimonio immobiliare. Eppure il tema continua ad essere completamente trascurato dalla politica, a tutti livelli.
