L’affidamento a terzi del servizio di verifica dei requisiti degli aggiudicatari, condivisibilmente stigmatizzato dall’Anac con la delibera 116/2026 e col Comunicato del Presidente del 1 aprile 2026, n. 8, pare l’ennesimo frutto del continuo equivoco su “managerialità” e “semplificazione”.
Le due parole sono ormai talmente abusate da decenni, da aver perso quasi il loro vero significato, agli occhi di chi opera.
Sembra, ormai, agli occhi di tanti che, siccome il manager è colui che “fa fare” ma non fa, e che “semplificare” implica direttamente disinteressarsi del compimento di attività possibili da “acquistare” presso terzi, il “risultato” manageriale sia da ottenere con la spoliazione delle funzioni, delle competenze, delle attività e -auspicabilmente – delle responsabilità.
Quanto più possibile si esternalizza, si “delega” a privati, con le forme più classiche o più estemporanee: appalti, concessioni, forme societarie, deleghe o convenzioni con altre amministrazioni.
Quel che conta è atteggiarsi come chi non agisce “burocraticamente”. E cosa di più teoricamente “burocratico” c’è delle “verifiche”? Accedere a banche dati per controllare se siano presenti informazioni, dati, rispetto di scadenze, di valori, di impegni, a chi gioca al piccolo manager sembra borbonico e bizantino.
Del resto, è lo stesso legislatore ad incorrere non di rado in incomprensibili cadute di questo tipo, come quando consente, nel caso degli affidamenti diretti, di verificare anche a campione i requisiti degli operatori economici destinatari di affidamenti diretti di importi inferiori ai 40.000 euro: come se proprio il possesso dei requisiti non fosse esattamente la ragione stessa dell’affidamento ad un operatore senza il rispetto delle regole della concorrenza e dell’evidenza pubblica!
Non c’è da stupirsi, allora, se alcune amministrazioni abbiano pensato fosse possibile servirsi di appaltatori per assegnare loro il “servizio” di accedere alle banche dati allo scopo di controllare i requisiti degli aggiudicatari.
Il tutto, con uno sprezzo davvero singolare dello spreco di risorse pubbliche e delle problematiche piuttosto semplici da ipotizzare connesse alla violazione della riservatezza dei dati, connessi a questo modo di operare.
Bene il warning dell’Anac. Pare, tuttavia, sia il caso di cominciare a fermarsi a riflettere meglio sulla concezione delle funzioni pubbliche, del ruolo che la PA gioca, del rispetto dei semplicissimi ma delicatissimi principi di buon andamento ed efficacia dell’azione amministrativa. Per comprendere che si è probabilmente andati oltre il confine dell’ammissibile nel cedere a privati l’esercizio delle funzioni pubbliche.
