Ha perfettamente ragione il Presidente di Sezione emerito del Consiglio di Stato, Giuseppe Severini. Nel suo articolo, pubblicato su NT+ del 9.1.2024 dal titolo “Contratti pubblici, la stretta via della rinegoziazione” afferma che il «principio del risultato» “riporta le procedure alla loro ragion d’essere, che è – come per ciascuno quando ad esempio appalta un lavoro in casa – quella di davvero soddisfare l’esigenza di procurare opere, beni o servizi che la Pa non sa fornirsi da sola. Impronta tutti gli altri principi e le norme di dettaglio: e più di quanto, a prima vista, possa apparire. Principio del risultato vuol dire che il mezzo, procedura o contratto, è non fine a sé stesso; ma va costantemente collegato all’effettivo soddisfacimento dell’esigenza che ha mosso la macchina della committenza. Un’autentica svolta, se si compara con il Codice precedente (il decreto legislativo n. 50 del 2016), calibrato piuttosto sulla procedura e sulla prevenzione“.
Tanti amministratori, politici, dirigenti, funzionari e Rup pensavano di poter continuare come prima: a trastullarsi nell’attivare appalti, così, per sport, un po’ per celia, un po’ per non morire.
Non sapendo come trascorrere le giornate, quanti tra sindaci, assessori, ingegneri, geometri e torme di funzionari, hanno continuato a fare appalti su appalti. Entusiasti di compilare le schede dei programmi triennali, deliziati nel redigere le varie fasi progettuali, insaziabili nel chiedere il mutuo alla Cassa depositi e prestiti. E, poi: l’ebbrezza del capitolato tecnico, del computo metrico estimativo, della bozza di bando e del disciplinare.
Come resistere, ancora alla ragione di vita: l’impegno di spesa, da adottare con delibera, no con determina, a firma di questo, a firma di quello, no a firma di quell’altro.
E il Cig? Il fascino dell’impossibile, l’acquisizione del Cig, uno tra i veri “obiettivi sfidanti” che tanto motivano i funzionari della PA, rendendola più superba e più potente che pria.
E poi, soprattutto: la pubblicazione del bando, la ricezione delle offerte, la selezione: il confronto a coppie, ma anche per single, il massimo ribasso, il minimo sforzo, la grande bellezza nell’escludere, ammettere, ammettere con riserva, ma senza riserve, nel consentire l’accesso, anzi no perchè tutto è segreto industriale; e poi, l’aggiudicazione definitiva, di nuovo l’impegno di spesa, questa volta definitivo, e la gioia delle varie comunicazioni e pubblicazioni, a ognuno e in ogni dove, ripetute più e più volte.
Tutti trastulli, giochi, svaghi, sollazzi. Propri di un tempo nel quale gli appalti non si attivavano per ottenere un risultato. O se si puntava al risultato non era per “davvero”.
Ma, nel 2023, l’”autentica svolta”. Ci sono voluti 162 anni, ma il Legislatore e il Consiglio di Stato, come anche molti commentatori, se ne sono accorti, senza sconti e con “tempestività”: così non si poteva andare avanti.
E finalmente, si è posto il principio del risultato, che mette fine ai giochi. Tutti i politici ed i funzionari sono stati scoperti: da adesso, non si gioca più. L’appalto deve soddisfare “davvero” le esigenze, non per burla, come prima, come quando non c’era il d.lgs 36/2023. Che, per la sua scoperta del “risultato” paragoneremmo solo alla scoperta di Newton della legge di gravità: come prima del nuovo codice dei contratti si facevano appalti tra sghignazzi e risate, prima di Newton tutto, senza forza di gravità, galleggiava nel vuoto. Newton ci ha fatti scendere coi piedi per terra. Anche il nuovo codice.
