Nel suo articolo “Svuotare il mare con il cucchiaio: uffici tributi comunali troppo piccoli” pubblicato sul Sole 24Ore, Luciano Benedetti rimarca correttamente come la ridotta dimensione organizzativa mal si adatti alla complessità degli adempimenti in carico ai Comuni per la gestione delle proprie entrate tributarie.
Si tratta di un’analisi pienamente condivisibile specialmente laddove rileva che “negli stessi decenni in cui si è sviluppata l’autonomia impositiva locale, i Comuni hanno vissuto la concentrazione verso dimensioni più efficienti e qualitativamente evolute di una vasta serie di servizi locali: nella distribuzione del gas, nel servizio idrico integrato, nella gestione dei rifiuti, nel Tpl, nell’Ict, nei servizi sociali. Più di recente, anche negli appalti pubblici il legislatore ha avvertito la necessità di qualificare le stazioni appaltanti e le centrali di committenza per operare sui livelli quantitativi più elevati (attuali articoli 62 e 63 del Dlgs 36/2023)“. La conclusione è che “il legislatore dovrà riflettere sulla funzionalità degli uffici tributari comunali; mantenendo sì alle singole amministrazioni l’autonomia decisionale e il controllo strategico della propria fiscalità ma prevedendo, al contempo, che la stessa si debba operativamente dispiegare mediante l’efficace azione di soggetti sufficientemente strutturati, solidi ed articolati”.
Su questo punto, invece, sarebbe opportuno riflettere sugli strumenti che già oggi consentirebbero di arrivare al risultato auspicato. Gli artt. 30 e seguenti del Tuel consentono varie forme di gestione associata delle funzioni. Purtroppo, il fallimento del tentativo di rendere obbligatorio l’associazionismo per la totalità delle core business delle amministrazioni comunali ha di fatto bloccato l’intero meccanismo anche in quegli ambiti nei quali la collaborazione sarebbe più proficua e consentirebbe di generare economie di scala.
Uno fra questi è, ad avviso di chi scrive, proprio la gestione dei tributi, per la quale è difficile immaginare un intervento centrale analogo a quello operato negli altri settori citati da Benedetti vista la eterogeneità del quadro di partenza.
In questo caso, gli attori principali del cambiamento dovrebbero essere proprio i comuni, che spesso invece pretendono di fronteggiare le proprie carenze più attraverso l’esternalizzazione, malgrado ciò comporti, oltre a costi rilevanti, anche la perdita di controllo delle banche dati.
Nei piccoli comuni, quasi sempre la riscossione coattiva è affidata all’esterno e non a caso i dati sull’attività di collaborazione con l’Agenzia delle entrate per il contrasto all’evasione mostrano una costante riduzione da molti anni a questa parte. Per invertire il trend, quindi, lo Stato potrebbe ripensare quella disciplina, ma lo sforzo principale devono farlo i territori.
