Il portale giurisprudenzappalti,it, con l’articolo “Il rispetto dei minimi salariali indicati nelle tabelle ministeriali è condizione necessaria, ma di per sé non sufficiente per supportare la valutazione di congruità dell’offerta” dà notizia dell’ennesima sentenza in tema di costo della manodopera degli appalti, che conferma la situazione di confusione totale esistente.
La gravissima assenza di un sistema di verifica della congruità del costo della manodopera basato su elementi certi, rende l’intero sistema un caos.
Le medie delle tabelle ministeriali, come si nota, non servono a molto, perchè derogabili. La definizione puntuale, complessissima, delle remunerazioni operarta dalle PA non serve a niente, perchè comunque le imprese possono ribassare egualmente anche i costi del personale, grazie alla migliore organizzazione aziendale, concetto totalmente fumoso ed impossibile da definire. Se le imprese evidenziano che i minori costi sono connessi a sgravi contributivi, in effetti diffusisissimi e presentissimi in decine di casi diversi (percettori Naspi, apprendisti, lavoratori inseriti in mille possibilità di sgravio, come donne, imprese del sud e similari), comunque la PA viene chiamata egualmente ad una probatio diabolica, difficile e dispendiosa in termini di tempo.
Il tutto, perchè non esistono minimi salariali legali e perchè in nome di una salvaguardia dell’autonomia di impresa, trasformata da principio di feticcio, non si compie la scelta, che sarebbe necessitata, di attribuire al sistema pubblico il potere di definire in modo tassativo i costi del personale attraverso il capitolato: misura, certo, dirigista, che avrebbe però il pregio, se basata su parametri oggettivi, semplici e certi, di cancellare l’immenso contenzioso in atto e rimediare al caos nel quale il sistema è stato gettato.
