La vicenda dei comuni ritardatari nell’invio al Mef delle delibere tributarie mostra in modo efficace il contesto kafkiano in cui da tempo operano gli enti locali.
Come ben scrive Gianni Trovati sul Sole24Ore, “come sempre nel Milleproroghe, e come sempre in extremis, arriva anche quest’anno il salvagente che ripesca le delibere Imu e Tari inefficaci perché pubblicate in ritardo sul portale Mef del federalismo fiscale. Il meccanismo è sempre il solito: la legge imporrebbe, a pena di nullità, di pubblicare sul sito del dipartimento Finanze le delibere entro il 30 ottobre, ma ogni volta un gruppo nutrito di enti sfora il termine. Il ritardo accende l’agitazione dei Comuni interessati, che con la nullità della delibera si vedrebbero negati gli aumenti messi a bilancio con la conseguente apertura di un buco nei conti; e dei loro funzionari, che rischiano la contestazione per danno erariale dalla Corte dei conti, tanto più se un magistrato considera il ritardo una «grave inerzia» che sfugge anche allo scudo erariale. Dopo qualche settimana di agitazione, arriva il salvataggio che libera i Comuni da ogni incombenza. Ma colpisce i contribuenti: obbligati a versare entro il 28 febbraio la mini-Imu, cioè la differenza fra quanto versato l’anno scorso in base alle aliquote 2023 e gli importi dovuti per gli eventuali aumenti dettati dalle delibere 2024 riesumate dal Milleproroghe”.
Se da un lato non si comprende perché tanti enti siano ricaduti nell’omissione di un adempimento tutto sommato semplice e che quindi è difficile giustificare con l’alibi della carenza di personale, dall’altro è altrettanto arduo capire perché il legislatore si ostini a mantenere in piedi un obbligo inutile al punto da disapplicare regolarmente la sanzione prevista per chi non lo rispetta, scaricando l’onere di adeguarsi sul malcapitato contribuente.
Delle due l’una: o pubblicare le aliquote definite dai comuni sul sito del Mef è utile e allora non si spiega il lassismo legislativo per chi dimentica di farlo; oppure è inutile e allora tanto vale eliminare almeno questo onere per tutti.
Anche perché, come ricorda Trovati, sono “pochi i contribuenti che per capire quanto bisogna pagare si rivolgono al portale Finanze, perché le informazioni sono disponibili sui siti comunali e sono molti i software che precompilano anche l’F24”.
Invece si resta come sempre nel limbo.
