La surreale contrattazione per il triennio 2022-2024

La situazione dei rinnovi dei Ccnl del triennio 2022-2024 è davvero interessante e rivela come sia andato definitivamente in crisi il sistema della contrattualizzazione del lavoro pubblico. Partiamo da un presupposto: il costo complessivo del lavoro pubblico è una voce importante della spesa pubblica, oscillante tra il 17% e il 20% del totale, a seconda…

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La situazione dei rinnovi dei Ccnl del triennio 2022-2024 è davvero interessante e rivela come sia andato definitivamente in crisi il sistema della contrattualizzazione del lavoro pubblico.

Partiamo da un presupposto: il costo complessivo del lavoro pubblico è una voce importante della spesa pubblica, oscillante tra il 17% e il 20% del totale, a seconda dell’andamento delle contrattazioni e dell’andamento del Pil.

Pertanto, ragionare di contratti del lavoro pubblico implica anche incidere fortemente sulla politica economica. Questa è la ragione fondamentale per la quale l’autonomia di diritto privato dei datori pubblici è molto limitata. Tanto è vero che è esercitabile solo nei limiti di finanza pubblica, fissati con le leggi bilancio e da lì non si può muovere, anche se gli indici di rivalutazione del lavoro (attualmente opera l’Ipca) dovessero, se applicati pedissequamente, comportare importi connessi ai rinnovi ben più alti.

Abbandonata la premessa, stiamo ai fatti. Il primo elemento, ormai conclamato e costante, di crisi del modello contrattuale è segnato dal ritardo cronico della contrattazione. Purtroppo è un tratto comune anche al mondo del lavoro privato.

Siamo ormai nella seconda metà del 2024 e sono appena partite le prime trattative per la sottoscrizione dei Ccnl dei comparti Funzioni locali e Funzioni centrali. Si ribadisce: il triennio considerato è il 2022-2024, quindi se andrà bene a fine anno forse qualche contratto sarà rinnovato poco prima della fine del triennio regolato, ma la gran parte vedranno la luce a triennio scaduto.

Il secondo elemento, ancor più rilevante ed infatti molto sensibile per i sindacati, è dato dalle somme a disposizione. Per coprire pienamente il recupero dall’inflazione scatenata dal rimbalzo dell’economia post-Covid ma soprattutto dal rincaro dei prezzi delle materie prime derivante dalla smisurata crescita dei cantieri edili e dalle guerre, occorrerebbero oltre 30 miliardi. Il Ministro per la Funzione Pubblica ha di recente spiegato che semplicemente tale somma non è disponibile (ma bastava guardare Def e Nadef degli ultimi 2 anni per rendersene conto).

Conseguentemente, la contrattazione collettiva è evidentemente più un “ristoro” minimale al potere d’acquisto, che non un effettivo sinallagma.

Non basta, però. Le organizzazioni sindacali si adontano in particolare con riferimento all’avvio della contrattazione del comparto Funzioni centrali, perché per effetto dell’indennità di vacanza contrattuale ma soprattutto degli anticipi proprio sulla contrattazione stabiliti nel dicembre 2023, le cifre da contrattare sono la metà di quelle figurativamente disponibili, poche decine di euro.

Oggettivamente, con gli anticipi concessi, su iniziativa del Governo, da parte del Parlamento, si è posta in essere una mossa molto ai confini del populismo, inteso come caccia facile al consenso: visti i ritardi già all’epoca enormi della contrattazione e visti i morsi dell’inflazione, il legislatore ha dato un sostanzioso “acconto” sui rinnovi contrattuali.

Le conseguenze di ciò, però, sono ora sotto gli occhi di tutti. Alla contrattazione non restano che le briciole. I sindacati hanno allo stesso tempo torto e ragione a lamentarsi. Torto, perché sanno benissimo che le anticipazioni ex lege degli importi contrattuali sono tali da ridurre necessariamente gli spazi per la parte economica dei rinnovi. Ragione, perché così agendo, il Legislatore ha compresso in modo evidente e clamoroso proprio l’autonomia contrattuale, rendendola quasi un pro forma, smentendo anche le roboanti previsioni del d.lgs 165/2001 che “riservano” ai contratti la materia del trattamento economico.

Una riserva che a ben vedere non c’è mai stata, posto che le risorse complessive le ha sempre decise il legislatore; ma, nella situazione attuale la riduzione a mera forma della contrattazione appare evidente. La differenza con regime anni 80, in cui si determinavano ex lege risorse e trattamenti giuridici, per poi sentire i sindacati, ma senza vera e propria negoziazione, allo scopo di emanare decreti del Presidente della Repubblica volti a regolare trattamenti economici e normativi, è davvero poca.

E nel tempo delle vacche magre, nascono, poi, i contentini e gli espedienti. Avendo poco da offrire sul lato economico, si provano strade alternative, che però risultano allettanti per i sindacati.

Ad esempio: non si possono garantire incrementi stipendiali almeno capaci di sostenere l’inflazione? Si pensa, allora, di prorogare la deleteria progressione verticale “in deroga”, un metodo per assicurare la “promozione” e, quindi, un trattamento economico maggiore, alternativo agli incrementi tabellari. Certo, le progressioni verticali non riguardano tutti; ma la “deroga” consente di coinvolgere anche persone prive del titolo di studio che sarebbe necessario se dovessero accedere per concorso e, grazie all’interpretazione incostituzionale ed erronea secondo la quale i finanziamenti ad essa dedicati consentirebbero di andare oltre il limite del 50% delle assunzioni programmate, permette di attivare imbarcate enormi di “promozioni”. Come avvenuto nel comune di Roma, che di progressioni verticali in deroga ne ha attivate migliaia.

Oppure, si pensa al welfare. Ma, il welfare costa e per finanziarlo occorre ancora utilizzare le risorse asfittiche dei fondi della contrattazione decentrata.

Quindi, come indorare l’amara pillola di una contrattazione in ritardo e dagli importi insufficienti? Con l’idea di incidere sul lavoro agile, secondo due linee direttrici. La prima è appunto configurarlo per quel che non è e non dovrebbe essere: strumento di welfare.

Circola l’idea che il contratto Funzioni centrali consentirà a categorie di lavoratori con difficoltà di conciliazione con la vita familiare, di superare il limite della “prevalenza in ufficio”.

In un solo colpo:

  1. si ammette indirettamente, dunque, che i lavoratori non “deboli” siano soggetti quindi al limite di tale prevalenza;
  2. si considera uno strumento di sola organizzazione, come una prestazione di welfare, sempre perché al fondo il lavoro agile è considerato come “assenza”, situazione nella quale nella realtà non si lavora fino in fondo.

Non bastando ciò, si pensa considerare la materia del lavoro agile come oggetto della relazione contrattuale della contrattazione. Ovviamente i sindacati sarebbero contentissimi, ma si giungerebbe al paradosso di scatenare la contrattazione su una materia come l’organizzazione del lavoro, che riguarda l’unilaterale ed esclusiva responsabilità datoriale, dando così l’ulteriore e deleteria impressione che il lavoro agile sia una sorta di “premio”: sì, ti pago poco, gli incrementi contrattuali sono irrisori, ma se i sindacati lo chiedono ti “faccio stare sul divano” a compensazione quasi del poco che ti do.

Vedremo, ovviamente, gli sviluppi dei rinnovi. Ma sembra proprio che queste surreali modalità segnino l’intrapresa del viale del tramonto del sistema della contrattazione.

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