Lavoro pubblico: dal Def le chiare tracce di un blocco della contrattazione o di tetti alle assunzioni di molti anni

Per rinnovare i contratti di lavoro e assumere personale, allo scopo di recuperare le centinaia di migliaia di posizioni perdute nella PA servono soldi e ne servono tanti.

Le stime per i rinnovi sono tra i 16 e i 24 miliardi. Per quanto riguarda le assunzioni, considerando un costo medio di 34.000 euro l’anno, i famosi 150.000 dipendenti da assumere annualmente implicano una spesa di 5,1 miliardi.

Insomma, se vi fosse davvero la possibilità, oltre che l’intenzione, di rinnovare i contratti ed assumere un numero di dipendenti tale da non solo permettere il turn over ma ripristinare molto del personale perduto, servirebbero tra i 20 e i 3o miliardi.

Ma, nel Def 2023 di queste risorse non v’è alcuna traccia, nè di ciò si può certo restare sorpresi. Leggiamo dalla Sezione II, Analisi e tendenze della finanza pubblica: “Dal lato della spesa, i redditi da lavoro dipendente sono previsti in aumento per 2.321 milioni nel 2023, in conseguenza del completamento dei rinnovi contrattuali del triennio 2019-2021 e di interventi normativi una tantum previsti
dalla legge di bilancio per il 2023, per il cui dettaglio si rimanda all’apposita sezione di approfondimento. Il venir meno di tali effetti determina una diminuzione della spesa nel 2024 (-3.007 milioni rispetto al 2023), seguita da un moderato incremento nel biennio successivo
“.

Il “moderato incremento” in tempi di inflazione che corre significa, in realtà, calma piatta. Come puntualmente conferma la Tabella II.2-1:

Visto che la spesa prevista tra il 2024 e il 2026 è di pochissimo al di sopra di quella del 2022, le scelte non possono che essere:

  1. un blocco della contrattazione collettiva, almeno fino al 2026;
  2. un tetto alle assunzioni, da contenere sostanzialmente solo entro il turn over, rinunciando all’obiettivo di tornare a far crescere il numero dei dipendenti e rafforzare non solo qualitativamente, ma anche quantitativamente gli organici per provare a rivitalizzare un minimo il settore;
  3. un misto tra entrambe le soluzioni di cui sopra.

Di certo, con la spesa per pensioni inesorabilmente in crescita, come anche la spesa per interessi che schizza dagli 83,206 miliardi del 2022 ai 100,604 miliardi del 2026, mentre il Pil nominale rimane sempre anemico, risorse per il famoso “rilancio” della PA oggettivamente non è facile trovarne, visti anche gli obiettivi ambiziosi di avanzo primario, cioè di surplus di entrate rispetto alle spese.

Dunque, si potrà continuare a parlare di meravigliose, geniali, fantasmagoriche ed ennesime epocali riforme del lavoro pubblico, di rafforzamento, di adeguamento, di miglioramento, ma la realtà è che proprio in epoca di Pnrr, proprio fino al fatidico 2026 tanto la “bestia” è stata affamata che adesso non si è più in grado di sostentarla. Col Pnrr e, in generale, con tutti gli obiettivi da gestire nell’ambito dell’attività della PA ci si dovrà arrangiare ancora, in una spirale che appare sempre più senza fine.

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