Lavoro Pubblico, il Formez scopre l’acqua calda: i concorsi non attirano più.

La riforma Brunetta 2, il d.l. 80/2021, connesso anche al Pnrr, avrebbe dovuto essere l’ennesima riforma “epocale” della PA, quella della spinta definitiva all’efficienza e, soprattutto, quella della modifica radicale dei sistemi di reclutamento.

Una normativa approvata all’insegna della necessità di “ringiovanire” la PA, puntando a selezioni basate sulle “competenze”, per arricchire i ranghi di “nuovi profili” connessi all’innovazione. Basta “giuristi”, via il vecchiume: il sol dell’avvenire delle soft skills, con la nuova area delle Elevate Qualifiche e concorsi tenuti in “soli 100 giorni”.

Poi, il Formez fa qualche conto e fa come Mike Bongiorno: “mi dicono che non è vero”. O, meglio, come il bambino della celeberrima fiaba, grida che il re è nudo. Si tratta solo di narrazioni, storie, intenti, incapaci di produrre realmente i cambiamenti necessari.

Improvvisamente, la stampa si accorge di quel che chi lavora nella PA sa da sempre. Chi prova a lavorare nella PA fa più di un concorso. E chi, tra i concorrenti, ha capacità, competenze ed esperienza, di concorsi ne vince più di uno. Dunque, sceglie e vaga da un lavoro all’altro, ovviamente potendosi permettere di selezionare quello più conveniente sul piano logistico, della retribuzione e della remunerazione.

Così, una buona fetta della domanda di lavoro pubblico resta sganciata dall’offerta. Anche perchè, alla ricerca del concorso da svolgere di corsa, invece di pensare alla qualità della selezione, si tagliano carne ed ossa. Si sono ormai diffusi a macchia d’olio sistemi di preselezione orwelliani, folli e senza senso, il cui effetto è solo quello di ridurre all’osso la platea dei partecipanti, per fare presto, mandando a casa, senza nemmeno poter competere, moltissimi candidati. Si è diffuso lo schema ridicolo, assurdo e perdente, delle selezioni per il numero chiuso, che ha cagionato la disperante carenza di professionisti provenienti dalle università e dalle specializzazioni.

Ma, non basta. Il Pnrr ha contribuito ad aumentare la domanda di lavoro pubblico, moltissima parte della quale, però, è a tempo determinato. Sì, c’è la possibilità, attualmente contenuta nel 40% degli assunti, di una successiva stabilizzazione. Ma, l’abbinamento tempo determinato-stipendi mediamente bassi, certo non attrae.

Altra epifania: dopo che per anni ed anni si è sostenuto che i panzoni fannulloni parassiti della PA erano pagati troppo, anche qui si “scopre” che non era vero per nulla. Gli stipendi assicurati, specie per i profili di competenze elevate, sono davvero troppo poco competitivi con quello che può offrire il mondo privato.

Inoltre, la carriera nella PA non esiste. Il sistema privato è di tipo “monistico”: con un unico contratto ed un unico ingresso, il dipendente, anche applicando le mansioni superiori (articolo 2103 del codice civile) può partire da operaio e trovarsi quadro. Nella PA, non c’è un sistema monistico, ma frazionato in carriere separate: il dipendente assunto come impiegato d’ordine può aspirare a divenire funzionario solo superando concorsi pubblici, oppure un sistema abbastanza farlocco di reclutamento interno, chiamato progressioni verticali, troppo spesso mirato ad accontentare pulsioni amical-politico-sindacali che non a selezionare realmente meritevoli.

La presunta facilitazione delle carriere connessa alla riforma del 2021 è solo scenografia. La nuova “area” delle Elevate Qualifiche, sorta di quadri, è nata solo nel comparto Funzioni Centrali, quello dei ministeri, qualcosa come il 10% circa del totale del personale. Ed è per giunta nata vuota. In tutti gli altri comparti non c’è nessuna nuova area di tal genere e la carriere è legata appunto a progressioni verticali che i Ccnl hanno peraltro introdotto sena averne poteri e competenza: chissà cosa accadrà se un giudice se ne accorgerà.

C’è, poi, il tema dell’organizzazione. Pretendere tecnici, elevati profili, esperti e forti competenze, offrendo, poi, uffici cadenti, pc con ancora il tubo catodico, reti con bassissima banda, memorie claudicanti, assenza di auto di servizio, difficoltà negli approvvigionamenti di benzina e strumentazione, ovviamente non porta da nessuna parte.

La miscela diviene esplosiva, poi, anche a causa dello stolto atteggiamento rispetto al lavoro agile.

Nella PA vi sono moltissimi lavori e processi perfettamente gestibili col lavoro agile. La guerra santa che il sistema pubblico, a partire dai comuni che negli anni hanno causato bolle immobiliari speculative spaventose, ha di fatto eliminato radicalmente un elemento di attrattiva ormai molto richiesto e ritenuto fondamentale.

Altra velleità fallimentare è quella dei “concorsoni”, il cui esito è spesso una proposta di lavoro ai vincitori dei concorsi del tutto sballata, in sedi lontanissime; oltre tutto, proprio i concorsoni vanno giù pesantissimi coi test di ingresso lunari per ridurre il numero dei candidati e “correre”, così trovandosi alla fine pure con un numero di vincitori largamente inferiore a quanto messo a bando.

Questa è semplicemente cronaca, anamnesi della situazione. Le riforme proposte sono solo palliativi.

Finchè non si possa investire davvero nella riorganizzazione del lavoro, della logistica, delle strumentazioni, delle strutture, della contrattualistica, ogni riforma “epocale” sarà destinata a fallire, anche perchè sempre accompagnata dalla disposizione normativa che ne segna le sorti sin dall’inizio: la cosiddetta “invarianza” ai fini della finanza pubblica.

Riforme a costi zero, spesso hanno risultati pari a zero o, non di rado, inferiori a zero. Toppe, come quattro soldi per la produttività, oppure deroghe di qua e di là, o differenziazioni stipendiali territoriali, sono un modo anarcoide di considerare organizzazione e mercato.

In più, il sistema del lavoro pubblico è inciso in modo formidabile da un carico di responsabilità di vario tipo, prima quella erariale, ma a seguire quella connessa alla parossistica regolazione anticorruzione, che disincentiva chiunque, a parità di stipendio.

Nell’articolo di Repubblica del 5.2.2023 “Molti più concorsi e meno candidati Il posto pubblico ora resta vuoto”, la giornalista Rosaria Amato riporta una dichiarazione del Ministro Bonisoli perfettamente rappresentativa del modo travisato di intendere i problemi e di risolverli: “Se faccio un concorso per dieci ingegneri, e se ne presentano undici, meglio evitare prove sulle competenze giuridiche e concentrarsi sulle competenze “core”. Il codice degli appalti possono studiarlo anche dopo”.

Peccato, però, che se l’ingegnere viene chiamato a progettare e gestire un appalto pubblico, viene incaricato come Rup, responsabile del “procedimento”. Purtroppo, deve conoscere il procedimento, deve sapere quali sono i livelli di progettazione, deve apprendere come si validano i progetti, deve proporli all’organo che li approva, deve prendere confidenza con i quadri economici ed i finanziamenti provenienti dalla Cassa depositi e prestiti, imparare ad istruire le “pratiche” amministrative connesse, per poi redigere i capitolati ed i disciplinari, stando attento ai “conflitti di interesse”, alle regole amministrative del codice di comportamento e, poi, nella gestione redigere i verbali di consegna lavori, avvio lavori, loro sospensione, elaborazione degli stati di avanzamento, approvazione dei certificati di pagamento, sapere cosa sia un impegno di spesa, conoscere rischi e responsabilità connesse alla gestione della spesa, operato e regole della Corte dei conti.

Sarebbe molto semplice se un ingegnere di una PA potesse fare l’ingegnere e basta e studiare il codice dei contratti a tempo perso o quando è troppo tardi.

Questo modo semplicistico è deleterio per la visione delle riforme e la loro ideazione. Si vuol consentire ad un ingegnere di lavorare nella PA con le necessarie competenze? Si attivino corsi di formazione appositi, si incrementino gli stipendi, si riducano le follie dei sistemi contabili e gli oneri amministrativi, si intervenga sulla responsabilità erariale, si permetta il lavoro in smart working. Occorrono riforme radicali, non toppe o ideone, come quella di far conoscere metodi fondamentali di lavoro (il codice dei contratti non è cosa da “legulei”: è lo strumento operativo di ogni tecnico che lavori per la PA) quando è troppo tardi o agendo da praticoni chiedendo al telefono dopo aver fatto danno.

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Un commento

  • rosario grillo

    Con questo articolo si fotografa perfettamente la realtà, il vero guaio è che nonostante siano passati anni dall’entrate in vigore di riforme deleterie si persevera negli errori anzi se ne producono altri. Vogliamo poi parlare dello spoil system, della nomina fiduciaria dei segretati comunali, dell’assenza di controlli preventivi, dell’assurdità della normativa contabile armonizzata, dell’improvvida abolizione delle provincie..etc..?? Insomma, non si vede uno spiraglio che sia uno

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