Il ddl “semplificazioni ” si avvicina al rush finale e tra gli elementi caratterizzanti c’è il lancio dei certificati medici a distanza per i dipendenti pubblici, mediante la telemedicina.
La telemedicina per le diagnosi a distanza va, ovviamente, benissimo: non si può certo fermare la strada del progresso tecnologico.
Tuttavia, avviare la sperimentazione del rilascio del certificato medico a distanza nel lavoro pubblico appare un clamoroso errore.
La pubblica amministrazione, si sa, non gode di certo di buona fama, anche perchè la visione negativa è stata, negli anni, fomentata ed accresciuta smodatamente proprio dai vari inquilini di Palazzo Vidoni, presi dall’hobby di lanciare strali quotidiani sulle amministrazioni e sui dipendenti “fannulloni”, “panzoni” e “assenteisti” (per poi meravigliarsi che la PA sia “poco attrattiva”…).
Il lavoro pubblico, poi, è presentato e, dunque, percepito come sede ove si annidano privilegi di ogni genere: dall’accesso al lavoro solo per raccomandazione, alla carriera per tessera politica, al diritto di non essere mai licenziati, fino, appunto, al fannullonismo, spesso ben trincerato dietro sistemi per legittimare le assenze dal servizio.
Tra tali sistemi, “marcare visita” è tra i più noti e praticati. Allo stesso modo, è nota una certa tendenza alla “benevolenza” dei medici nel riconoscere stati di malattia. Tanto che ai sensi dell’articolo 55-quater, comma 1, lettera a), del d.lgs 165/2001, costituisce causa di licenziamento disciplinare la “… giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia”.
Insomma, il fenomeno delle malattie immaginarie corroborate da certificazioni che, invece, ne attestano esistenza e gravità, non è certo a sua volta immaginario, se una disposizione normativa è specificamente posta a contrastare tale pratica.
Quanti sono i casi di abuso delle malattie immaginarie? Molti meno di quanto la retorica sui dipendenti pubblici fannulloni lasci pensare.
Tuttavia, gli anni di denigrazione della PA e dei dipendenti hanno causato la sedimentazione nella concezione collettiva, incline a considerare la pubblica amministrazione come un ammasso confuso di inefficienze e privilegi.
In questa situazione, sperimentare, dunque, la diagnosi a distanza proprio con i dipendenti pubblici non appare, francamente, un’idea utile alla famosa “attrattività”, nè per un tentativo di “operazione simpatia”.
Già si immaginano i commenti ironici e polemici sui dipendenti che dal privilegio dell’assenza per malattia immaginaria, ora passano persino al diritto di non doversi nemmeno scomodare di recarsi dal medico, il quale quale, a sua volta, ottiene il diritto di fare da certificatificio persino da remoto.
Provare a partire con la telemedicina e la diagnosi a distanza era opportuno, anzi necessario. Ma era il caso di scegliere altri settori del lavoro.
