La riforma della dirigenza lede le prerogative contrattuali. I sindacati Cosmed (confederazione sindacale medici e dirigenti) e Confedir criticano fortemente la riforma, fiore all’occhiello del Ministro della Funzione Pubblica, che oltre a consentire l’accesso alla dirigenza senza concorsi, modifica i sistemi di valutazione.
Proprio questo secondo contenuto della riforma suscita le ire sindacali, secondo i quali la riforma – ancora al vaglio del Parlamento – colpisce le prerogative della contrattazione collettiva nella norma che prevede il passaggio automatico di risorse non spese del fondo delle risorse decentrate dei dirigenti a beneficio del personale non dirigente.
Si tratta dell’articolo 3 del disegno di legge, mediante il quale si modifica l’articolo 3, comma 5, del d.lgs 150/2009. Le nuove disposizioni costruiscono fasce di valutazione. I “punteggi apicali” non potranno essere attribuite in misura superiore al 30 per cento delle valutazioni, in modo che “le economie derivanti dalla riduzione della retribuzione legata alla performance del personale dirigenziale, accertate dagli organi di controllo, sono destinate all’incremento delle risorse per la retribuzione della performance del personale non dirigenziale, in deroga all’articolo 23, comma 2, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, e distribuite secondo le modalità definite nell’ambito della contrattazione integrativa sulla base degli indirizzi della contrattazione collettiva nazionale”.
Come si nota dal testo piuttosto chiaro della riforma, il fine di questa è forzare la creazione di “risparmi”, ponendo un tetto massimo alle valutazioni più elevate. Tali somme risparmiate saranno poi “girate” ai fondi del personale non dirigente.
La manovra non piace per nulla alle organizzazioni sincali, per le quali così agendo “si riducono i fondi della dirigenza per implementare quelli del comparto”.
Si dà vita ad una sorta di partita di giro tra fondi contrattuali che dovrebbero avere una totale autonomia a causa dei loro vincoli di destinazione: il non speso per la dirigenza diviene una fonte di impinguamento degli esangui fondi del personale non dirigenziale, bloccati di fatto ancora dal tetto del 2016 imposto dall’articolo 23, comma 2, del d.lgs 75/2017. Una norma “transitoria”, come evidenzia il sindacato, per altro soggetta a circa una dozzina di deroghe legislative e contrattuali, la cui perdurante vigenza impedisce alle amministrazioni di porre in essere reali politiche dei redditi utilizzando le proprie disponibilità di bilancio.
Al Cosmed, inoltre, risulta indigesta la circostanza che sia direttamente la legge a definire le modalità di utilizzo dei fondi della dirigenza: “si scardina la contrattazione con una permeabilità delle risorse” da un fondo all’altro, creando vasi comunicanti non conformi all’assetto contrattuale. Si tratterebbe, dunque, di una manomissione delle “più elementari norme della contrattualistica vigente con una inaccettabile ingerenza politica nei confronti della contrattazione”.
Le conseguenze ulteriori potrebbero consistere nel progressivo svuotamento dei fondi della dirigenza, riducendo esattamente quel salario accessorio che pure la riforma, puntando al “merito” vorrebbe valorizzare.
Queste ultime conseguenze, tuttavia, a ben vedere difficilmente potrebbero verificarsi: il testo della riforma ancora in Parlamento, a meno che non sia profondamente modificato da disposizioni attuative, prevede che siano destinate al fondo del personale non dirigente i risparmi per cassa connessi alla retribuzione di risultato, dovuti al sistema forzato delle fasce di valutazione. Il nuovo sistema, per quanto effettivamente ponga in parte a carico del fondo della dirigenza gli incrementi del fondo del personale del comparto, non incide sulla costituzione dei fondi dirigenziali, portando alla loro riduzione in termini di competenza.
