Le parole sono importanti. La loro calibrazione, l’utilizzo nel contesto, il loro significato implicito finiscono per dire ben di più di quel che lo scritto o il pronunciato lasciano emergere.
Sul tema della riforma dell’accesso alla dirigenza si può essere dell’idea che il disegno normativo di novellazione di tale reclutamento sia efficace o meno, argomentando.
Se è vero, come afferma il presidente dell’Aran nell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16.2.2026 “Dirigenza, la scelta non può ignorare le capacità reali” che “ridursi a una contrapposizione tra «concorso sì» e «concorso no» rischia di oscurare il nodo principale, che precede ogni scelta normativa. La domanda da cui partire dovrebbe essere un’altra: il sistema attuale di accesso produce i dirigenti di cui la Pa ha bisogno?“, altrettanto corretto è affrontare i delicati temi di ogni norma e ogni riforma in modo da evitare slogan, illazioni e facili conclusioni.
Il rischio che un sistema selettivo fondato su una “segnalazione” preventiva e su una costruzione di una carriera interna sia fortemente condizionato da scelte non necessariamente trasparenti e di merito, inutile negarlo, è fortissimo. Lo è perchè lo spoil system, da un lato, e la tendenza insopprimibile degli organi di governo a cercare la costruzione di una dirigenza caratterizzata dalla “personale adesione” all’indirizzo politico della maggioranza di turno, sono un fatto oggettivo. Un concorso pubblico, se non inquinato da abusi e raccomandazioni, recide sul nascere ogni legame tra “carriera” e tessere. Una selezione interna no.
Ma, poichè sono possibili molte cautele per evitare ingerenze non opportune (manca, però, quella di un controllo preventivo esterno di legittimità…), anche un sistema di accesso alla qualifica dirigenziale in qualche modo guidato dall’osservazione delle capacità pregresse (di fatto, una progressione verticale) può avere i suoi pregi.
Pedrò, poichè le parole hanno un peso, non si dica che una delle ragioni profonde della riforma è la percezione che il concorso favorisca comportamenti speculativi, tali da indurre i partecipanti a studiare sottraendo tempo al loro lavoro.
Spiace leggere queste parole del presidente dell’Aran: “la preparazione ai concorsi richiede un investimento di tempo ed energie che spesso entra in tensione con l’attività lavorativa. Ne deriva una percezione diffusa: per avanzare, occorre in parte sottrarsi al lavoro quotidiano, anziché vederlo riconosciuto come elemento centrale di valutazione“.
Se anche la “percezione” di ciò fosse diffusa, essa sarebbe erronea comunque: la percezione che la terra sia piatta e che sia il sole a girarvi intorno non modifica certo la verità fisica.
Non ci si aspetta certo dal presidente dell’Aran l’avallo all’idea un po’ calunniosa che se un dipendente pubblico intenda candidarsi ad un concorso per la dirigenza si possa sottrarre al lavoro quotidiano, perchè studia.
Sembra, spiace dirlo, un approccio alquanto becero e banale, oltre che un leggero, ma netto, insulto a chi per superare i concorsi lavorando, studia la notte e nei ritagli di tempo, garantendo esattamente la stessa qualità del lavoro, adempiendo ai propri doveri.
