Felice Sciosciammocca: Dunque. Lei è ignorante?
Villico: Io? Sì.
Felice Sciosciammocca: Bravo, bravo. Viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere…
Villico: “Eh…
Felice Sciosciammocca: E se ha dei figliuoli, non li mandi a scuola, per carità!
Villico: “No, io figli nun ne tengo…
Felice Sciosciammocca: Li faccia sguazzare nell’ignoranza!
L’esilarante e celeberrimo dialogo tra Totò-scrivano ed il villico ignorante, tratto dal film “Miseria e nobiltà”, riduzione della strepitosa commedia di Scarpetta, sembra quasi il simbolo di un Paese che della cultura, dello studio, ha sempre avuto timore.
E ne ha tuttora: il numero di laureati è sempre drammaticamente inferiore a quello dei Paesi competitori, mentre prosegue senza sufficienti argini la “fuga dei cervelli” all’estero: formiamo pochi laureati, ma ne regaliamo gran parte proprio ai Paesi competitori.
Figlia di questa diffidenza verso la preparazione condotta non solo attraverso la pratica, ma anche mediante l’approfondimento, è la riforma dell’accesso alla dirigenza, che stando all’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore lo scorso 11 marzo 2025, dal titolo “Pa, arriva la riforma delle carriere: dirigenti anche senza concorso”, pare sia sulla rampa di lancio.
In merito alle idee di fondo della riforma ci si è già espressi, sottolineando tutti gli aspetti negativi che vi stanno alla base. Non si tratta solo di un’analisi giuridica, anche perché non essendo ancora la riforma approvata e vigente, non si può che tenere l’analisi al livello di sistemi generali ed ancorarla su valutazioni di opportunità, saldate alla realtà sociale. Sono certamente interessanti, in astratto, tutti i ragionamenti proponibili volti a dimostrare che l’attrattività del lavoro pubblico va riconnessa anche all’apertura di percorsi di carriera, che la Costituzione si presta ad essere letta nel senso di non imporre l’accesso alla dirigenza necessariamente per concorso, che il concorso pubblico non assicura di per sé la selezione dei migliori e che un accurato sistema di assessment e valutazione, volto a cogliere le capacità organizzative e manageriali e non solo le “nozioni”, sono utilissimi e corretti.
Resta il fatto, tuttavia, che siamo in Italia e che l’Italia è il Paese nel quale si predica il “merito”, ma facendo di tutto per evitare di perseguirlo davvero o riconducendolo al “merito di conoscere le persone giuste o possedere le tessere opportune”. Ricordate i suggerimenti dell’allora Ministro del lavoro su come cercare un’occupazione, secondo il quale era meglio una partita di calcetto con le persone giuste, che corsi di formazione o altri sistemi di ricerca?
In questa situazione socio-economica, il concorso forse non ha le capacità di selezionare sempre i migliori (non è, tuttavia, stata mai reperita la dimostrazione che sistemi di assessment o esoterici colloqui motivazionali siano invece sempre in grado, nel 100% dei casi di selezionare premi Nobel e Pulitzer), ma almeno fa da baluardo a caminetti ed amichetti e rende più difficile (per quanto non impossibile) la carriera dovuta a tessere, partite di calcetto e ammiccamenti di gomito.
Purtroppo, nessun sistema non selettivo competitivo, nella situazione data, sarà mai davvero in grado di garantire che l’accesso alla dirigenza non si trasformi in una selezione partitica vera e propria.
L’articolo de Il Sole 24 Ore citato prima riporta una delle argomentazioni più gettonate a favore della riforma e a più riprese fatta propria dall’attuale inquilino di Palazzo Vidoni e cioè che il nuovo sistema di accesso alla dirigenza è utile per superare il concorso, che induce i funzionari aspiranti ad divenire dirigenti “a studiare” piuttosto che a cercare di migliorare il proprio rendimento.
Torna, quindi, la diffidenza verso lo “studio”, come se approfondire, specializzarsi e formarsi, mentre anche si lavora, fosse un disvalore.
Ma, allora, non si capisce il perché del programma, altrettanto sbandierato, PA 110 e lode, o della recente direttiva sulla formazione, volta a spingere – giustamente – le amministrazioni e proprio i dirigenti ad investire sulla formazione, persino sullo “studio” dei dipendenti. Estraiamo da essa il seguente passaggio: “la formazione attiva un circolo virtuoso e assolutamente decisivo per colmare i gap di competenze nelle amministrazioni; per un verso, incentiva i dipendenti a rispettare il proprio dovere di formarsi al fine di cogliere le opportunità di carriera”.
Evidentemente il “dovere di formarsi” per la carriera vale, ma solo fino ad un certo punto: si ferma quando lo “studio” sia fondamento anche delle competenze da cercare quando si seleziona la dirigenza.
La ricerca della coerenza nelle varie iniziative normative, che si affollano, susseguono, avviluppano tra esse in modo spasmodico e non metodico, è, ovviamente, tempo mal riposto.
L’intento vero è la ricerca di una dirigenza pubblica il più possibile riconducibile ad un orientamento e ad un legame. Il concorso pubblico rende più difficile il perseguimento di questo obiettivo di sistemi di “assessment” molto più facilmente malleabili, specie se poi affidati a professionisti o università o centri studio “di area”.
Non siamo per nulla fautori del concorso pubblico come unico canale di accesso al lavoro pubblico e alla dirigenza in particolare. Sistemi di selezione che partano proprio dallo “studio”, dalla scuola, dagli Its (meritoriamente presi in considerazione dal “decreto PA” per selezionare esperti in digitale), dall’università (tramite l’apprendistato di terzo livello) tali da creare punteggi per un ranking progressivamente alimentato e tale da permettere, poi, l’inserimento in graduatorie per l’accesso a corsi-concorso, tenendo anche conto di valutazioni ed altri elementi (esperienze lavorative anche nel privato, pubblicazioni, ricerche, consulenze, collaborazioni), con punteggi predeterminati e non modificabili dalle singole commissioni sarebbero uno strumento ottimale.
Sembra, invece, che la ricerca sia sempre e solo quella della scorciatoia verso la creazione della dirigenza “fedele”.
La speranza, flebile, resta sempre quella che i pensieri espressi sopra siano solo frutto di erroneo pessimismo
