Sono almeno 2 anni che la Funzione Pubblica sventola i dati delle nuove assunzioni. Peccato che se il saldo tra queste e le cessazioni sia in favore delle seconde, il personale non possa crescere e il “rafforzamento” della PA resta solo uno slogan.
Lo ha evidenziato, da ultimo, la Fondazione Ifel nel corso della Conferenza “Legge di Bilancio e oltre. Per la ripresa e la resilienza della finanza locale”, tenutasi lo scorso 30 gennaio 2025.
Le cifre parlano chiaro. Nel 2007 nei comuni lavoravano 479.233 dipendenti; da quel momento in poi, i numeri sono costantemente ed inesorabilmente andati in discesa, fino al 2023, ultimo anno con dati certi disponibili, che registra il crollo a 341.659 lavoratori, cioè il 28.8%, quasi un terzo.
E questo mentre in questi anni sono venute avanti una serie di riforme che hanno solo aggiunto competenze e funzioni. Le “semplificazioni”, quando si sono davvero viste e la digitalizzazione non sono state in alcun modo in grado di ridurre i carichi ed i fabbisogni. La situazione della pandemia, del resto, ha dimostrato ampiamente l’inefficienza del sistema causata da una cura da cavallo andata oltre i confini dell’utile.
Con le riforme dei concorsi, frutto di alluvionali interventi normativi susseguiti dal 2021 in poi s’era detto che si sarebbe “rafforzata” la PA, ringiovanendone i ranghi e rinfoltendo le dotazioni.
E, appunto, sono stati periodicamente divulgati roboanti dati sulle assunzioni: 170.000 circa all’anno. Ma, come evidenzia il rapporto dell’Ifel, il trend discendente del personale non si è arrestato nè nel 2021, nè nel 2022, nè nel 2023 e nemmeno nel 2024, al mese di settembre del quale, ultimo dato parziale raccolto, si scende a 341.196.
Il tutto, a fronte di circa 100.000 assunzioni effettuate tra il 2017 e il 2022, ovviamente insufficienti ai fini del rafforzamento e del ringiovanimento enunciati.
Si dimostra che non basta analizzare i problemi in modo semplificato e propagandistico. Il tema del rafforzamento qualitativo e quantitativo degli organici si risolve in modi complessi: guardare solo il numero delle assunzioni, senza tenere conto dei saldi è ovviamente completamente fuorviante ed inefficiente. Pensare, poi, di aumentare l’efficienza e la professionalità, nonchè ringiovanire i ranghi, consentendo promozioni a personale privo del titolo di studio per accedere all’area superiore, oppure permettendo di coprire la gran parte dei fabbisogni con le progressioni verticali che ovviamente non aggiungono alcun nuovo dipendente, o estendere gli incarichi ai pensionati o addirittura tornando a favorire la permanenza in servizio fino a 70 anni, sono decisioni in contrasto frontale ed irrimediabile con ogni programma di rafforzamento e ringiovanimento.
In più, il comparto degli enti locali, nell’ambito di un lavoro pubblico già di per sè poco attrattivo, è il meno attrattivo di tutti: infatti, moltissimi degli oltre 8.000 comuni sono afflitti da logistica geografica sfortunata, da situazioni organizzative carentissime, da finanze e casse spesso disastrate, da vuoti di organico pesantissimi e dal trattamento economico più basso tra tutti i comparti. Come rendere “attrattivo” tale sistema proprio non lo si comprende. E i numeri evidenziati dall’Ifel rivelano impietosamente una “fuga” dal lavoro nelle amministrazioni locali.
