Col personale in fuga, gli enti locali hanno davvero bisogno di giovani chiamati al lavoro col voucher?

L’emendamento al disegno di legge di conversione del d.l. 25/2025 rispolvera il lavoro accessorio, i vecchi “voucher” con un approccio estremamente paternalistico:

Art. 8-bis.

(Introduzione dei voucher per borse di lavoro destinate ai giovani)

  1. Al fine di favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e sostenere l’inclusione sociale e professionale, le amministrazioni comunali sono autorizzate a utilizzare i voucher previsti dall’articolo 54-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, per l’istituzione di borse lavoro, per un periodo massimo di 3 mesi, destinate a giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, residenti nel territorio del comune di riferimento.

  2. Le borse lavoro di cui al comma 1 sono istituite per attività di interesse pubblico, culturale, ambientale e sociale, nonché per attività di supporto alla gestione amministrativa e all’implementazione di progetti innovativi destinati alla collettività.

  3. Le amministrazioni comunali predispongono specifici bandi di selezione per l’assegnazione delle borse lavoro, stabilendo i requisiti di partecipazione, i criteri di valutazione e il numero di borse disponibili. La selezione dei beneficiari dovrà rispettare principi di trasparenza, equità e non discriminazione.

  4. Ai giovani beneficiari delle borse lavoro è riconosciuta una copertura assicurativa contro infortuni sul lavoro, come previsto dalla normativa vigente in materia.

  5. Le amministrazioni comunali garantiscono la corretta applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo e monitorano l’efficacia delle borse lavoro nell’ambito del programma annuale di attività. A tal fine, redigono relazioni periodiche sull’andamento delle borse lavoro e sull’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro.

  6. Ai fini del presente articolo, all’articolo 54-bis, comma 1, lettera b), del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, dopo le parole: «per gli utilizzatori» sono inserite le seguenti: «che istituiscono borse lavoro destinate ai giovani e».

  7. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le modalità di attuazione del presente articolo e si individua il limite massimo di valore nominale per ciascun voucher.

  8. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.

I voucher per la PA erano stati limitati, dalle riforme del 2017, proprio perchè scarsamente adeguati all’enunciato obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, per la semplice ragione che la PA non può assumere per chiamata diretta.

L’emendamento è un ritorno ad alcuni decenni fa, verso strumenti inizialmente pensati per agevolare specifiche necessità imprenditoriali, specie in agricoltura e turismo, confondendo, per altro, politiche attive del lavoro, cioè strumenti per aiutare le persone a ricollocarsi, con misure di potenziamento degli organici della PA e con strumenti di welfre.

Le “borse lavoro” per giovani sono poco più di uno spreco di risorse non solo finanziarie, ma anche organizzative, visto che, come prevede l’emendamento, per reclutare i “fortunati” fruitori dei voucher (7 euro lordi l’ora) occorreranno regolamenti, bandi, commissioni e graduatorie. Un metodo spicciativo e piuttosto rozzo per acquisire a rotazione personale cui attribuire funzioni di base, senza assumerlo. Ma, soprattutto, senza dare alcuna prospettiva concreta di inserimento nel mercato del lavoro.

A differenza di analoghi istituti operanti in particolare nel lavoro privato, in primo luogo i tirocini di inserimento lavorativo, qualsiasi borsa lavoro o tirocinio nella pubblica amministrazione, vigente l’articolo 97 della Costituzione in applicazione del quale il reclutamento nella PA avviene solo per concorso pubblico, non può dare sbocchi.

La borsa lavoro nella PA resta fine a se stessa, non può costituire l’apertura di una strada che porti all’assunzione diretta del giovane coinvolto.

Nè le esperienze lavorative realizzabili sono in grado di costruire le professionalità ricercate dal mercato.

La pubblica amministrazione, lo si ripete e urla da anni, ha bisogno di rendersi “attrattiva” e di rispondere a molteplici fabbisogni: ringiovanire i propri ranghi, irrobustire le dotazioni eccessivamente ridotte proprio nel comparto locale, acquisire le nuove competenze necessarie per tenere testa ai processi di digitalizzazione, intelligenza artificiale, innovazione e svolgimento tempestivo delle attività tecniche e fiscali. Ed ha bisogno di riforme amplissime sul trattamento giuridico ed economico: non basta più soltanto armonizzare i trattamenti economici tra comparti (e quello locale è il più penalizzato) e questi con paragonabili settori del privato. Occorre anche consentire quei benefit e welfare che il privato conosce e che nel pubblico sono solo utopia.

Pensare di rispondere a queste esigenze con una schiera di giovani reclutati a basso costo, a bassa competenza, senza prospettive di assunzione è ovviamente completamente fuori strada.

Gli investimenti sono da dedicare a concorsi o anche sistemi formativi mirati poi al reclutamento per inserire negli organici giovani dotati delle competenze necessarie, con prospettive di lunga durata.

Iniziative come le borse lavoro si adatterebbero ben di più ad azioni miste di politiche attive e passive del lavoro, rivolte in particolare alle persone con particolari discontinuità nei versamenti contributivi, per condurle verso pensioni adeguate.