Fasce orarie di reperibilità dei dipendenti pubblici: l’Inps dice addio alla norma simbolo del brunettismo (per ora)

In molti si erano chiesti: cosa succede dopo la sentenza del Tar Lazio, Roma, Sezione IV-ter, con sentenza 3 n0vembre 2023, n. 16305, che ha annullato il decreto ministeriale vigente sulle fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici? Il Tar aveva affermato: “Stante l’effetto conformativo riconosciuto alla sentenza, nell’adozione del nuovo decreto non potrà non tenersi conto…

Data

Categoria

In molti si erano chiesti: cosa succede dopo la sentenza del Tar Lazio, Roma, Sezione IV-ter, con sentenza 3 n0vembre 2023, n. 16305, che ha annullato il decreto ministeriale vigente sulle fasce di reperibilità dei dipendenti pubblici?

Il Tar aveva affermato: “Stante l’effetto conformativo riconosciuto alla sentenza, nell’adozione del nuovo decreto non potrà non tenersi conto di quanto affermato nel presente provvedimento”.

Poichè la normativa introdotta dalla riforma Madia ha previsto la mai avvenuta “armonizzazione” tra disciplina del lavoro privato e quello pubblico, ci si sarebbe dovuto aspettare un nuovo decreto per rimediare all’illegittimità di quello annullato dal Tar.

Dal 3 novembre, tuttavia, nulla si è mosso. A togliere l’imbarazzo, ci ha pensato, comunque, l’Inps. Ritenendo doveroso conformarsi appunto alla decisione del Tar Lazio, l’Istituto ha adottato il messaggio 4640 del 22 dicembre 2023: “nelle more dell’emanazione di un nuovo decreto ministeriale (o dell’eventuale riforma della sentenza n. 16305/2023 del TAR Lazio), sentito il Dipartimento della Funzione pubblica, in virtù del principio di armonizzazione contenuto nel citato articolo 55-septies, comma 5-bis, del D.lgs n. 165/2001, richiamato in sentenza, le visite mediche di controllo domiciliare nei confronti dei lavoratori pubblici, fino a nuove disposizioni, dovranno essere effettuate nei seguenti orari: dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 17 alle 19 di tutti i giorni (compresi domeniche e festivi)“.

Un pezzo importante del populismo sfrenato intrinseco alle riforme degli ultimi 3 lustri del lavoro pubblico va in soffitta, almeno per ora.

La differenziazione delle fasce di reperibilità era semplicemente insensata. Come insensate sono ancora moltissime disposizioni che riguardano il lavoro pubblico. Solo per citarne alcune:

  • l’abolizione dell’anzianità, che uscita dalla porta contratti decentrati (illeciti in relazione al regime vigente) fanno rientrare dalla finestra applicando pelosamente la bizantina normativa sulle progressioni orizzontali; si farebbe molto prima a reintrodurre l’anzianità, semplificando la vita ed eliminando uno dei contenziosi maggiori;
  • l’attribuzione della giurisdizione al giudice ordinario. I giudici del lavoro non conoscono a fondo le peculiarità del lavoro pubblico e spesso si assiste a sentenze oltre il limite del paradosso. Ancora aperta è, dopo quasi 10 anni, la ferita gravissima inferta dalla Cassazione, che in totale violazione delle norme, pretende che gli incarichi a contratto dirigenziali abbiano l’inesistente durata minima di 3 anni;
  • la super populistica disciplina dei procedimenti disciplinari, realizzata malamente sull’onda emozionale dei furbetti del cartellino e per altro nemmeno in grado di assicurare davvero le sanzioni minacciate;
  • tutto l’insieme della disciplina sulla valutazione, funestata dall’eccessiva attenzione alla “performance” (come se i lavoratori fossero attori, musicisti o sportivi) individuale, ai “comportamenti” (come se valutare fosse giudicare gli aspetti della personalità), ai metodi valutativi (attenti a valori astratti come la leadership o l’orientamento a client ed incapaci di misurare con metriche del lavoro vere i risultati ottenuti, tanto da degenerare nell’idea della “delazione” anonima, da ultimo suggerita per le valutazioni dal basso verso la dirigenza).

Nessuna delle riforme di questi anni ha contribuito anche solo minimamente a cogliere l’obiettivo della maggiore efficienza della PA, tanto è vero che le riforme si sono inseguite ed avviluppate tra loro in continuazione. Meno che mai l’azione pubblica ha tratto nemmeno un minimo giovamento dalle fasce di reperibilità sui generis introdotte anni addietro.

Purtroppo, però, per chiudere i capitoli relativi a riforme sbagliate che da decenni imperversano sulla PA occorrono interventi della magistratura, non sempre tuttavia nè veloci, nè adeguati al merito. Gli organi deputati, Parlamento e Governo, in questi anni non si sono mai dimostrati capaci di andare oltre gli slogan del populismo o le proposte stantie e inefficaci di organizzare la dirigenza secondo modelli astratti che, calati nella realtà, hanno dimostrato tutta la loro inutilità.

Leggi anche

Articoli correlati selezionati per te