Il brocardo “Pago, vedo, voto” rappresenta in estrema sintesi il senso profondo di un assetto basato (in senso lato) sul concetto di autonomia finanziaria da parte dei diversi livelli istituzionali, quale quello cui si ispira il titolo V della parte II della Costituzione, specie dopo la riforma del 2001.
Ma che si tratti di un senso in gran parte sfumato è notorio, come è notorio il carattere incompiuto del federalismo fiscale all’italiana.
Un esempio calzante è quello dell’Imu; calzante ed attuale, visto che i cittadini si apprestano a versare l’acconto 2025 (scadenza il 16 giugno).
L’italiano medio che paga questo tributo è convinto che i relativi proventi vadano tutti al comune dove è localizzato l’immobile inciso, perché in tal senso depone l’aggettivo “municipale” nascosto dietro la M dell’acronimo. Ma non è esattamente così.
Dei circa 22 miliardi di gettito circa 4 (quelli riguardanti i fabbricati industriali) finiscono direttamente allo Stato. Degli altri 18 miliardi, circa 2,8 miliardi servono ad alimentare il fondo di solidarietà comunale, ossia vengono redistribuiti nel comparto secondo una logica di perequazione orizzontale (anch’essa contraria all’art. 119 Cost, che prevederebbe una perequazione esclusivamente verticale, ossia finanziata dallo Stato con fondi del proprio bilancio).
In pratica, quindi, un terzo dell’Imu non finisce al comune dove è localizzato l’immobile, ma viene dirottato su altri canali. Con buona pace del brocardo che diventa “Pago, non vedo e sempre più spesso non voto”.
