La qualificazione delle stazioni appaltanti, sulla quale l’Anac è intervenuta con recenti chiarimenti, è una complicazione e al tempo stesso uno specchietto per le allodole.
Per un verso, appare paradossale che si riconosca l’esistenza di pubbliche amministrazioni incapaci di assolvere direttamente alle proprie funzioni.
Si può ammettere, entro certi limiti, che alcune PA non dispongano di competenze e strutture rivolte all’esecuzione di lavori pubblici: si pensi ad enti verticalmente dedicati ad attività amministrative, di ricerca, di controllo o ispezione.
Ma, ogni ente è chiamato a programmare quanto meno servizi e forniture necessari per svolgere i propri servizi, per la propria logistica e per la stessa sussistenza. Ammettere che vi siano enti “non qualificati” a tali scopi desta qualche riflessione. Per esempio, come si può conciliare l’assenza di qualificazione, con l’attribuzione, in quegli enti, di incarichi come Il Rup, presupposto dei quali è la qualificazione professionale del destinatario?
Ma, al di là di questo irrisolvibile ossimoro, si riscontrano altre contraddizioni. Per esempio, clamorosa è la qualificazione di diritto delle unioni di comuni. Nelle intenzioni della sciagurata riforma delle province, tali enti avrebbero addirittura dovuto sostituirsi alle province per offrire servizi specializzati ai comuni del territorio. Una delle ragioni del totale fallimento della dissennata riforma è consistita nella circostanza che le unioni non sono in grado di svolgere funzioni sovracomunali, ma, soprattutto, dalle unioni di comuni non discende una maggiore forza. Si tratta palesemente di unioni di debolezze, che trasformano alcuni pochi enti piccoli e disorganizzati, in una realtà un po’ più ampia, ma altrettanto e forse più disorganizzata, tra convenzioni, distacchi, comandi, scavalchi, uffici centralizzati e non centralizzati, sistemi cervellotici di ripartizione delle spese tra enti.
Se si uniscono 5 comuni con pochi dipendenti, la creazione eventuale di un’unica struttura dedicata agli appalti sarà comunque composta da pochi dipendenti e per altro soggetta alle particolari complicazioni di dover mettere in ordine le programmazioni e le richieste dei vari enti.
In ogni caso, l’effetto collo di bottiglia di un sistema che tende a verticalizzare la gestione degli appalti prima o poi verrà a galla in tutta la sua dannosità.
Comunque, il report quadrimestrale II quadrimestre 2022 dell’Anac, dimostra che la grandissima parte degli affidamenti pubblici è sotto la soglia dei 500.000 euro:

Simmetricamente, la grandissima maggioranza delle procedure è per affidamento diretto:

Conseguentemente, tutte le amministrazioni, anche quelle non qualificate, potranno gestire senza problema alcuno le procedure di affidamento sotto i 500.000 euro, che sono la grande maggioranza.
I rischi sono evidenti: dalla tendenza a frazionare gli importi, per evitare di doversi rivolgere a stazioni qualificate, a quello di far gestire grandi quantità di procedure ad enti, appunto, non qualificati, proprio in relazione a procedure particolarmente delicate come quelle mediante affidamento diretto.
Un sistema, infatti, anti concorrenziale e connesso, dunque, a rilevanti problemi di motivazione, trasparenza, congruità, conflitti di interessi potenziali, dovrebbe presupporre una qualificazione specifica, non l’assenza totale di qualsiasi valutazione della qualificazione stessa.
