Impossibile sapere, ora, quali saranno le ricadute del cambio della compagine di governo sul processo di riforma della PA.
La buona notizia consisterebbe in un comunicato avente come contenuto “basta riforme della PA, cerchiamo di attuare bene le norme, eliminando incoerenze e difetti”.
Una buona riforma della PA presupporrebbe un azzeramento totale del disastro Delrio sulle province; un ripensamento quasi totale delle riforme Bassanini; il ripristino, almeno per i 4 ambiti a maggior rischio di corruzione individuati dalla legge 190/2012, di controlli preventivi di legittimità; lo stop alla riforma che sta riducendo i concorsi a un beauty contest con poche decine di quiz e una ridondanza di sciamani che con la sola imposizione delle mani percepiscono le soft skills e le “doti innate”; una revisione della contabilità pubblica, per decidere finalmente se passare ad una contabilità realmente economica o se tornare alla contabilità di natura giuridica e di tipo autorizzatoria, facendo cortesemente a meno di tutti coloro che in questi anni sono stati interpellati nello scrivere le riforme; e, poi, azzeramento totale delle riforme della scuola e dell’università, revisione degli appalti limitandosi, finalmente, alle sole regole europee. E molto altro ancora.
Tutto questo, però, si è consapevoli sarà molto difficile. Il Pnrr in qualche modo lega le mani e conduce verso i lidi già tentati nel 2017, nel solco dei flop del 2009.
Nemmeno il passato non lontanissimo induce all’ottimismo: gran parte degli esponenti di spicco della nuova maggioranza era al governo tra il 2008 e il 2011. Anni non solo culminati nell’estate 2011 con la “lettera di sfratto” di Draghi e Trichet, ma caratterizzati dall’innesco ai guai serissimi nei quali è andata incontro la PA: blocchi delle assunzioni e dei contratti, depauperamento del personale, azzeramento di aggiornamento e formazione, deficit di competenze. Esattamente problemi creati circa 14 anni fa, ai quali il Pnrr ha dato risposte spesso solo formali o ancora una volta nel solco di un impossibile scimmiottamento di “buone pratiche” del privato, che, in quanto tali, non possono – non perché non siano valide, ma perché fuori contesto – rivelarsi utili ed efficaci nell’ambito dell’organizzazione pubblica, che è altra cosa.
Si vedrà se finalmente un po’ di coscienza critica, alla luce di decenni ormai di esperienze negative, consiglierà scelte capaci di cambiare la strada sin qui percorsa.
