La PA, purtroppo, non è un datore di lavoro nè attrattivo, nè affidabile. L’ingresso nei ruoli è molto complicato, la carriera ostacolata, il trattamento economico dal 2009 ampiamente esposto a mancati recuperi degli indici del costo della vita, con costante riduzione del potere d’acquisto.
A questi aspetti altamente negativi e perfettamente noti al pubblico, si aggiunge da lungo tempo anche la beffa, incostituzionale (lo ha affermato ripetutamente la Consulta) del differimento dell’erogazione del trattamento di fine servizio o comunque della buonuscita.
Tra stipendi e pensioni, la spesa per i dipendenti pubblici vale oltre il 10% dell’intero Pil. Guidando tali tipologie di spesa si incide in maniera molto profonda non solo sul trattamento giuridico ed economico e, indirettamente, anche sull’efficienza organizzativa della PA, ma si realizzano vere e proprie politiche economiche.
I vari governi e parlamenti debbono, cioè, periodicamente scegliere come destinare le risorse disponibili e, dunque, stabilire se gli obiettivi politici e gli interessi generali considerati prevalenti lascino spazio alla spesa per il settore pubblico.
Da decenni, le scelte sono chiare: il Pil italiano cresce annualmente poco, come del resto la produttività, a fronte di un costante aumento della spesa corrente, connessa in particolare agli interessi sull’immenso debito pubblico ed alle pensioni.
Le risorse pubbliche acquisite tramite le imposte e le altre entrate non sono sufficienti ad assicurare interventi estesi ad ogni fabbisogno.
Sono proprio gli interessi sul debito pubblico la causa principale di ciò: il cosiddetto “saldo primario”, cioè la differenza tra entrate totali e spese totali è stato in questi decenni prevalentemente attivo, cioè le entrate si sono rivelate superiori alle spese al netto degli interessi. Però, gli interessi ci sono e gravano eccome.
Tra le varie voci della spesa pubblica sulle quali governi e parlamenti succeduti negli anni hanno pensato di poter davvero esercitare un controllo ed un calmieramento, quella per il costo del lavoro pubblico è stata considerata più facilmente amministrabile.
Ciò, sia per la rilevante entità della spesa, sia perchè sul piano mediatico e del consenso elettorale comporta più benefici che costi.
Da qui, dunque, i vari tetti alle assunzioni, blocchi alla contrattazione collettiva, contratti collettivi che non recuperano affatto l’inflazione cumulata negli anni di blocco o che si limitano ad un recupero al massimo di ⅓ (come quelli del triennio 2022-2024).
E, anche, disposizioni normative finalizzate a tenere sotto controllo i flussi di cassa. Le pensioni vengono pagate con mesi di ritardo, ma, soprattutto, la buonauscita è liquidata anche dopo anni ed anni e a rate.
Lo Stato datore di lavoro si impossessa, insomma, del salario dei propri dipendenti: è noto che il tfr/tfs è, infatti, null’altro se non salario differito, un risparmio forzoso per i lavoratori, la possibilità di per i datori di disporre in cassa di risorse per propri impieghi e investimenti.
Non basta, dunque, allo Stato datore di lavoro poter sfruttare il salario differito, giovandosi delle erogazioni di cassa più limitate che consente: anche la restituzione di tale salario viene differita e diluita nel tempo. Senza che, per altro, accordi contrattuali collettivi o individuali possano modificare tale assetto, come invece può accadere nel settore privato.
Di fronte a tale realtà è evidente che il lavoro pubblico non può rivelarsi “attrattivo”, nonostante ogni enunciazione di sforzo in questa direzione.
A tutto questo si devono aggiungere ulteriori piccole vessazioni, lasciate passare come “spending review”, come il pauperistico sistema di rimborso delle spese per missioni, commisurato solo al costo dei trasporti pubblici; o altre tipicità regressive, come la sostanziale inesistenza di welfare aziendale, i buoni pasto fermi da oltre 20 anni al valore facciale di 7 euro, l’assenza totale di fringe benefit, l’assenza di agevolazioni fiscali per il salario accessorio.
Qualunque persona che abbia possibilità di mettersi in gioco professionalmente sia nel pubblico, sia nel privato, a parità di qualificazione, ha la possibilità di mettere sui piatti della bilancia questi aspetti. Non stupisce, quindi, che non vi sia per nulla la “corsa” al “posto fisso”: la macchietta di Checco Zalone ha funzionato in un certo periodo storico (quello dello sfascio connesso alla riforma delle province), ma oggi mostra di essere quel che è, semplicemente asfittica. Come lo è il trattamento giuridico ed economico del lavoro pubblico, oltre tutto ulteriormente condizionato da incredibili differenziazioni retributive, che paradossalmente favoriscono i lavori di solo indirizzo e controllo, che non comportano gestioni operative, assunzioni di spesa, sottoscrizione di contratti, soggezione a responsabilità effettive penali, civili, amministrative.
Tutto un insieme di fattori, rispetto ai quali i tempi inaccettabili di erogazione della buonuscita sono solo la goccia che fa traboccare il vaso dell’oggettiva attuale poca attrattività del lavoro pubblico.
