Il testo consolidato del “decreto Pa” stabilisce che almeno il 15% dei concorsi deve essere preceduto dalla mobilità volontaria, eliminando cos’ il percorso graduale (5% nel 2025, 10% nel 2026 e 15% dal 2027) previsto inizialmente.
Avviso ai naviganti: obbligare le pubbliche amministrazioni a destinare almeno il 15% dei reclutamenti alla mobilità volontaria, cioè ai trasferimenti dei dipendenti da un ente all’altro, significa indirettamente fissare un tetto al turn over del settore pubblico allargato del 15%.
Infatti, la mobilità volontaria comporta per l’ente dal quale il dipendente si trasferisce una cessazione, mentre per l’ente che lo acquisisce è l’instaurazione di un rapporto di lavoro.
Quindi, si crea un percorso di vasi comunicanti, che non determina immissione di personale nuovo nella pubblica amministrazione, ma redistribuisce personale già alle dipendenze della PA.
Il problema col quale si confrontano Governo e Parlamento è sempre quello: la crescita del Pil è sempre prossima allo zero, la spesa pubblica è poco oltre la metà del valore del Pil e quella per i dipendenti pubblici oscilla tra il 16 e il 19 per cento del totale della spesa.
In termini assoluti, come confermano le rilevazioni di Forum PA, il numero ed il costo dei dipendenti pubblici italiani, se paragonato a quello dei Paesi competitori (Francia, Germania, Gran Bretagna) non sono affatto elevati.
Tuttavia, la situazione dei conti pubblici non consente di ottenere il molte volte enunciato obiettivo del potenziamento e ringiovanimento della PA.
Per la contrattazione nazionale collettiva, il triennio 2022-2024 rinuncia, per sempre, al recupero di due terzi dell’inflazione; la legge di bilancio nel 2025 reintroduce – con l’eccezione del comparto funzioni locali – il tetto al turn over pari al 75% della spesa per il personale cessato l’anno precedente.
Dall’inizio del 2025 è saltata la norma che rendeva facoltativa la mobilità prima di attivare i concorsi, che forse rientrerà dalla finestra con la conversione del “milleproroghe”, ma probabilmente per breve tempo.
Infatti, il “decreto PA” punta a modificare l’articolo 30, comma 2-bis, del d.lgs 165/2001, imponendo alle PA di soddisfare i propri fabbisogni ricorrendo alla mobilità volontaria per almeno il 15% dei posti.
Tutto concorre, insomma, a contenere i costi e ridurre quanto più possibile le nuove assunzioni.
Non si ricorre più, come al tempo del patto di stabilità a suon di tagli lineari, a misure eclatanti: ma, l’insieme delle norme, di legge e contrattuali, descritto evidenzia che sotto traccia l’intento del potenziamento e ringiovanimento della PA resta impossibile da tradurre in pratica.
Poi, la modifica della mobilità prevista dal “decreto PA” è un cane che abbaia ma non morde: infatti, si prevede che “Le posizioni eventualmente non coperte all’esito delle predette procedure sono destinate ai concorsi”; sicchè, le procedure di mobilità non debbono necessariamente concludersi con l’assunzione dei dipendenti candidati al trasferimento.
Di conseguenza, il “taglio” alle assunzioni del 15% è solo tendenziale e potrebbe, alla fine, ridursi a molto meno.
Ma, nel frattempo, almeno un 15% dei reclutamenti sarà avvenuto con ritardi tali da spostare in là nel tempo l’attivazione dell’eventuale maggiore spesa. E una parte, comunque, di assunzioni non avverrà per concorso. In attesa di un ritorno più deciso ai tagli lineari ed ai tetti alle assunzioni, per ora può bastare.
