La riforma del codice di comportamento è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo rimane tale e quale, per citare un celebre aforisma.
Non si capisce, oggettivamente, dunque, il furor agonistico col quale Palazzo Vidoni si è gettato nell’impresa (s)memorabile di riformare il dPR 62/2013, se non per comunque utili spazi di visibilità nei media, attentissimi alla superficie, molto meno alla sostanza anche per ragioni di spazio.
Il Consiglio di Stato, invece, bada necessariamente anche ai contenuti ed alla legittimità del complesso.
Naturalmente, il consesso di Palazzo Spada, nel parere che boccia abbastanza lapidariamente la proposta di riforma del codice di comportamento non si pronuncia sulla sua opportunità o necessità, per quanto all’osservazione oggettiva esse appaiano del tutto evanescenti.
La proposta di riforma, per quanto molto di immagine e propaganda, comunque, segnala Palazzo Spada, “a giudizio di questo Consesso, l’insieme delle nuove regole di condotta che il decreto in esame si propone di introdurre, per la loro capacità di incidere come fonti di nuove responsabilità disciplinari e anche, a determinati effetti, penali, civili, amministrative e contabili sulla sfera dei diritti e delle libertà dei singoli, meritano di essere valutate, e attentamente ponderate da parte della stessa Amministrazione proponente, nella loro stretta necessità oltre che nella loro adeguatezza, quando si tenga conto che esse sono destinate ad applicarsi ai tanti contesti organizzativi e funzionali delle tante pubbliche amministrazioni. Valutazioni e ponderazioni per le quali, va in apice osservato, occorrono elementi conoscitivi, allo stato, non disponibili e non rintracciabili né nell’ATN né nell’AIR, come peraltro sottintende anche il Nucleo Air presso il Dipartimento Affari Giuridici e Legislativi, là dove evidenzia la debolezza o, come espressamente si afferma, la parziale adeguatezza dell’AIR; l’assenza di oggettivi, attendibilmente stimati e, comunque, sufficienti elementi conoscitivi, inducono questo Consesso a ritenere che lo schema di decreto portato all’esame dell’odierna Adunanza non possa ancora essere licenziato con un parere favorevole“.
Insomma, per la fretta di apparire, si è guidato a fari spenti, dimenticando di accenderli su elementi di valutazione particolarmente rilevanti, visto l’impatto sulla responsabilità complessiva dei dipendenti pubblici di una riforma forse nemmeno necessaria.
Senza entrare nel merito delle specifiche osservazioni del Consiglio di Stato sui contenuti della proposta di riforma, vale per tutto la conclusione: “Le questioni sulle quali interviene lo schema di decreto in esame, gli “ordini” e i “divieti” che esso si propone di introdurre a carico dei pubblici dipendenti, richiedono, infatti, un maggiore approfondimento e dunque anche una più estesa istruttoria“.
Diciamo che gli estensori della riforma hanno risentito dell’ansia da prestazione, presi dall’urgenza (causata non si da da cosa) di sfornare la norma.
Purtroppo, questo è il vero punto dolente, quanto osserva il Consiglio di Stato in relazione alla necessità di approfondire bene i temi oggetto delle norme attraverso adeguate istruttorie, si attaglia a molte, troppe norme, anche ben più necessarie, profonde e rilevanti di questioni bagatellari come quelle del regolamento. E, purtroppo, gli effetti di un modo di normare affrettato, privo di approfondimenti istruttori, preso dalla necessità di comunicare a media e a sondaggisti, si vedono.
