Scrive, condivisibilmente, Francesco Verbaro nell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 20 novembre 2023, dal titolo Nei ritardi del Pnrr le colpe di una dirigenza debole: “Non c’è solo la paura della firma, ma anche quella di contraddire la politica e i suoi staff, non di rado dotati di una certa presunzione, per evitare di essere tacciati come “non collaborativi” e di essere sostituiti”.
La paura di contraddire la politica è un tema spesso messo da parte, ma concreto ed attuale. L’evento della fermata straordinaria del Frecciarossa ne è la precisa dimostrazione.
Più della paura della firma, il nostro sistema sembra vittima della paura di non firmare o di non prendere decisioni imposte da pressioni; per quanto dette firme o decisioni “imposte” si rivelino palesemente inopportune, inefficaci, illegittime e, nei casi estremi, illecite.
Sul tema della “paura della firma”, chi scrive ha espresso posizioni piuttosto precise: dietro il reale problema di una bizantina ridondanza di norme, adempimenti, termini, condizioni, presupposti e responsabilità contenute nelle (ormai troppe) gride manzoniane fonti del nostro ordinamento, la posizione della questione della “paura della firma” rischia di diventare un “paravento” alla costruzione di sacche di irresponsabilità, pelose e dannose.
Il tema del prossimo forum Asmel dell’1.12.2023 “Paura della firma o ansia da risultato” appare, quindi, di estrema attualità ed occasione di approfondimento.
A giudizio di chi scrive, anche alla luce della corretta e amara riflessione del Verbaro, non si tratta nè di paura della firma, nè di ansia da risultato: sono i troppi inciampi normativi, lo spoil system e l’assenza di controlli terzi a costituire un blocco all’efficienza. Aggravato dalla storica carenza numerica, qualitativa e funzionale delle dotazioni organiche, sempre più povere, sempre più asfittiche, sempre meno autonome, sempre meno sicure dei propri mezzi.
Se si aggiungono, poi, letture disfunzionali di interventi normativi di rilievo, trovare la via d’uscita è impossibile. Si allude al nuovo codice dei contratti. Il Ministero delle infrastrutture è intervenuto con la circolare 289/2023 per chiarire quel che avrebbe dovuto essere a tutti ovvio: i principi generali del Trattato UE e delle direttive europee consentono certamente di affidare appalti di valore inferiore alle soglie comunitarie utilizzando procedure aperte. Circolare che, per altro, ben si innesta in un filone lungo di anni.
Eppure, questa circolare, ineccepibile, ha causato la levata di scudi dei difensori a prescindere dell’idea che nel sotto soglia si debbano solo utilizzare le procedure limitative della concorrenza come l’affidamento diretto o le procedure negoziate, tanto che avvalersi, invece, di sistemi più garantisti di concorrenza, trasparenza e buon andamento, sarebbe addirittura vietato. Così non rendendosi conto di spingere i funzionari pubblici verso la graticola della pressione politica, inesorabilmente volta a spingerli verso frazionamenti dei valori degli appalti ed affidamenti diretti, che più che diretti potremmo definire “direzionati”. E la paura della firma viene stravolta e riferita alla paura di utilizzare sistemi di gara aperti e concorrenziali, invece di modalità di affidamento “fiduciari”, in una sorta di mondo al contrario.
L’occasione di incontro creata dall’Asmel si spera possa affrontare i temi cruciali che riguardano l’azione della PA e il modo per superare i problemi che da troppi decenni la imbrigliano. Piacerebbe che si provasse a dare risposte ad una serie di quesiti che il tema lascia emergere, come:
- E’ più grave la paura della firma, o l’intrepida tendenza a firmare provvedimenti azzardati e illeciti?
- L’efficacia e l’efficienza dell’azione amministrativa come si misurano? Conta la “firma” purché sia, o la firma su provvedimenti correttamente meditati e ponderati?
- Chi deve avere paura della firma? Il funzionario o amministratore per sè e il proprio patrimonio? Oppure, la collettività intera per danni all’erario eventuali, che l’eliminazione della colpa grave rende non risarcibili?
- La strada per rendere meno condizionata l’azione amministrativa è quella di costruire scudi o zone di esenzione dalla responsabilità, oppure di fissare regole geometriche e chiare di applicazione delle responsabilità? L’esempio è il “danno da immagine”: manca una chiara disciplina sostanziale, come anche risultano assenti parametri specifici per determinare la consistenza di tale danno;
- Quando si parla di responsabilità, il Legislatore deve rivolgersi esclusivamente ai funzionari ed agli amministratori, con norme di regolazione della loro funzione, o deve immaginare anche di rivolgersi agli organi giurisdizionali per prefissare gli elementi della responsabilità, fornendo strumenti di minima precognizione delle conseguenze di decisioni incerte?
- Piuttosto che creare scudi o terreni di non responsabilità, non sarebbe opportuno istituire forme di controllo preventivo effettivo, abbandonando la strada improduttiva del controllo collaborativo delle Sezioni regionali della Corte dei conti, troppo astratto, non rivolto allo specifico atto e alla concreta fattispecie?
- Quando si affermano normativamente principi certamente corretti e comunque di per sè stessi desumibili dall’articolo 97 della Costituzione, come quello del “risultato”, non sarebbe opportuno definirne i confini, allo scopo di scongiurare il rischio che misure di forte circoscrizione delle responsabilità, agganciate con l’idea che il “risultato” costituisca un lavacro delle responsabilità, induca a scelte poi dannose?
- E’ il caso di regolare con più dettaglio un principio di personalità della responsabilità amministrativa?
Ridurre le soluzioni alla “paura della firma” alla cancellazione dei reati da colletti bianchi e della responsabilità per colpa grave è possibile, ma allo stesso tempo fin troppo semplice e banale e probabilmente troppo poco di attenzione verso l’interesse pubblico e la formazione di funzionari pubblici competenti e responsabili. Responsabilità non è solo rispondere di danni ed errori; è affrontare i doveri con coscienza, competenza, ponderazione, conoscendo i rischi. La conoscenza è lo strumento principale di contrasto al rischio, sempre incombente in ogni azione umana.
Se alla competenza e alla conoscenza si antepongono appartenenza, “risultato” male inteso come corsa a compiacere pressioni politiche o sindacali per non compromettere la carriera, allora la paura, non solo della firma, non sarà mai vinta. Ce lo ha spiegato bene Alessandro Manzoni per voce di Don Abbondio: “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.
